Manifestazione degli studentiL’ultima proposta del governo, in ordine di tempo, è l’estensione del provvedimento cosiddetto Daspo anche ai partecipanti ai cortei. Alcuni esponenti del governo, infatti, a seguito degli scontri recentemente avvenuti a Roma in occasione delle manifestazioni di protesta contro la riforma Gelmini, hanno invocato arresti preventivi, retate di massa ed anche un nuovo 7 aprile, riferendosi al 1979. L’idea sarebbe quella di applicare anche ai manifestanti il Daspo, il quale è il divieto comminato dal Questore, senza alcuna pronuncia giudiziaria, per i tifosi ritenuti pericolosi, in modo da impedire loro di andare allo stadio, e costringerli quindi a firmare in Commissariato negli orari delle manifestazioni sportive.
Ad essere sinceri non è la prima volta che idee di questo tipo vengono portati all’attenzione pubblica, già qualche tempo fa il sindaco della capitale propose di imporre una tassa sui cortei, anche se all’epoca appariva più una proposta per fare cassa che altro. Qualunque fosse l’intento sotteso alla proposta, essa sostanzialmente avrebbe limitato i diritti costituzionali dei cittadini imponendo una tassa al dissenso, anche legittimo, in modo tale che essere d’accordo col governo sarebbe stato conveniente anche economicamente, mentre dissentire sarebbe costato, oltre che il fastidio di andare in piazza a protestare, il rischio di essere caricati dalla polizia, anche il costo di una tassa.

Adesso interviene l’idea dell’estensione del Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) che prevede da 1 a 3 anni di carcere se si viene trovati alla manifestazione sportiva vietata, e questo anche se il soggetto in questione se ne stava buono a vedere la partita senza creare problemi. In passato fu sollevata anche l’eccezione di illegittimità costituzionale nei confronti di questo provvedimento, ma la Corte Costituzionale nel 2002 la rigettò ritenendolo una semplice misura di prevenzione che comunque deve essere convalidata da un giudice. Ma, a ben vedere, le misure di prevenzione sono sempre state viste come provvedimenti ai limiti della costituzionalità proprio perché sono delle limitazioni dei diritti di coloro che non hanno ancora commesso alcun reato. Spesso si tratta di persone che in passato hanno commesso reati, e quindi sono stati condannati, ma non necessariamente, in quanto il Daspo prevede che il divieto possa essere irrogato anche a carico di persone che si ritiene che abbiano “preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive”, come dire persone che non sono state mai denunciate o condannate.
In ogni caso, una volta scontata la pena quella persone dovrebbe tornare ad essere trattata come tutti gli altri, ed applicargli una restrizione della libertà personale solo perché si presume che andando allo stadio potrebbe commettere dei reati è una logica decisamente assurda, perché se la si volesse applicare per tutti i reati si dovrebbero impedire ai rapinatori di banche di avvicinarsi ad una banca, si dovrebbe impedire ai molestatori di avvicinarsi ad una donna, e così via. È sostanzialmente la stessa logica che nel passato servì per limitare i diritti civili degli ebrei, dei gay, e di tante altre categorie di persone.

Il solo motivo perché il Daspo viene ancora tollerato in un paese democratico è perché è fortemente limitato a casi del tutto particolari, cioè ai tifosi, e si è pensato che è più conveniente agire in questo modo piuttosto che rischiare la vita di numerose persone (data la concentrazione elevata di individui presenti negli stadi) e degli stessi poliziotti, in caso di scontri. Ma il punto fondamentale è che la limitazione in questione è del tutto indifferente al colore politico, cioè si applica a gente di ogni partito politico, e, si suppone, verrà applicata sia da un governo di destra che da uno di sinistra.
Non ha alcun senso, infatti, equiparare una persona ritenuta pericolosa che va allo stadio, ad un'altra che va in una piazza gremita da cortei, non ha alcun senso equiparare il diritto di tifare per una squadra di calcio al diritto di manifestare un legittimo dissenso politico (che ha rango costituzionale). L’interesse di coloro che scrissero la Costituzione era di garantire la regolarità delle elezioni, non certo di un campionato di calcio, ed è abbastanza ovvio che il libero esercizio del diritto di voto è possibile solo se il voto può essere espresso liberamente, in un clima democratico e garantendo anche le voci contrarie, quindi il dissenso sia in Parlamento che per le strade.
La Corte di Cassazione ha già chiarito che l’esercizio della sovranità popolare presuppone che si realizzi mediante tutti gli strumenti democratici predisposti dall’ordinamento, tra i quali vi è anche l’attività di informazione, cioè, scrive la Corte, “il popolo può ritenersi costituzionalmente ‘sovrano’ in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico”. Ma nel contempo è abbastanza ovvio che un popolo informato deve anche poter esprimere il proprio dissenso nei confronti del governo, altrimenti la sovranità popolare appare limitata nella sostanza, ed un provvedimento simile al Daspo, applicato alle manifestazioni di piazza, cioè un provvedimento che andrebbe indiscutibilmente a colpire soltanto chi esprime un dissenso nei confronti del governo, sarebbe sotto vari profili del tutto incostituzionale.

Il punto essenziale, dal quale non si può prescindere, è che non tutti i diritti sono uguali, nemmeno quelli che hanno dignità costituzionale, in quanto i diritti politici, come il diritto al dissenso, essendo strumentali agli altri diritti, li precedono e vantano uno status superiore.
Per questo motivo le due situazioni, andare allo stadio e partecipare ad una manifestazione di piazza, non sono in alcun modo comparabili e non possono essere trattate alle stesso modo.
Appaiono del tutto strumentali argomenti relativi alla violenza che in certi casi alcuni partecipanti alla manifestazione avrebbero esercitato, perché, come è risaputo, la responsabilità penale è personale, ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, e non è possibile limitare la libertà di qualcuno perché qualcun altro, a distanza di decine di metri commette dei reati, anche perché un reato è tale solo quando la magistratura, alla quale è affidato il compito di accertare le responsabilità individuali, di verificare la fondatezza delle accuse e di valutare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione di misure cautelari e tenendo conto della presunzione di non colpevolezza, lo giudica tale.

Possiamo fidarci che un governo attui il Daspo per le manifestazioni a tutti indiscriminatamente, oppure c’è pericolo che esso sia applicato per lo più a coloro che sono di diversa estrazione politica? Insomma, un provvedimento del genere potrebbe divenire un arma di controllo e di soppressione del dissenso politico, un modo come un altro per impedire che il dissenso sia manifestato e quindi ridurre al silenzio gli oppositori politici, lasciando apparire all’opinione pubblica che tutto va bene e che nessuno è contrario alla politica del governo.
E questo senza nemmeno considerare che ogni persona ha diritto di passeggiare dove vuole, su suolo pubblico, per cui se uno dei soggetti in questione volesse andare a prendere un caffè nella piazza dove si dovrà tenere una manifestazione, nessuno potrebbe impedirglielo.
A questo punto tanto varrebbe vietare direttamente le manifestazioni politiche, ma si tratta ovviamente di una mostruosità giuridica che violerebbe le norme costituzionali, a cominciare dall’art. 16 della Costituzione che garantisce la libertà di circolazione a tutti, salvo i limiti che la legge dispone per motivi di sicurezza, e che non possono essere limitazioni ispirate a ragioni politiche. Allo stesso modo si violerebbe l’art. 17, che garantisce la libertà di riunione.

Appare piuttosto ovvio che l’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza sia impraticabile perché incostituzionale, e l’insistere su provvedimenti di questo tipo, in grado di incidere pesantemente sui diritti politici dei cittadini, rende soltanto palese che si ha paura del dissenso, e che il governo, incapace di gestire la crisi economica e sociale, ricorre alla repressione invece di cercare delle reali soluzioni.