Il 25 agosto 2009 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha reso nota la decisione sul ricorso presentato dalla famiglia Giuliani contro la sentenza del tribunale di Genova riguardo la morte di Carlo Giuliani avvenuta durante il G8 di Genova del 2001. La Corte ha concluso all’unanimità per la non violazione dell’articolo 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, per quanto riguarda l’uso eccessivo della forza, e con cinque voti contro due, per la non violazione dell’articolo 2, per quanto riguarda gli obblighi dello Stato di proteggere la vita, anche se ha ritenuto che il Governo italiano minimizzò i rischi connessi all’uso della forza letale, in occasione del G8, ricordando gli obblighi degli Stati, in preparazione di eventi rilevanti, di prendere tutte le misure per garantire l’incolumità dei cittadini e il loro diritto di manifestare liberamente la loro opinione e di riunirsi in assemblea in tutta sicurezza. Infine, con quattro voti contro tre, ha concluso per la violazione dell’articolo 2 riguardanti gli obblighi procedurali conseguenti a questo articolo, in quanto, anche se l’autopsia non ha ricostruito la traiettoria del colpo, il tribunale ha autorizzato prematuramente la cremazione del corpo richiesta dalla famiglia, impedendo così ulteriori accertamenti legali, e all’unanimità, per la non violazione dell’articolo 38, ovvero che lo Stato italiano non ha ostacolato le indagini della Corte europea. Quindi, la Corte ha stabilito che la morte di Carlo Giuliani, per mano del Carabiniere Mario Placanica, è avvenuta, come tutti i giornali hanno titolato, per legittima difesa, in presenza di un pericolo imminente. La Corte europea ha quindi accolto la tesi delle autorità italiane sul punto.
La Corte Europea dei Diritti umani ha accolto solo parzialmente il ricorso della famiglia di Carlo Giuliani secondo cui, in occasione del G8 di Genova del 2001, vi sarebbero state da parte dello Stato italiano - ovvero del Governo dell’epoca - diverse violazioni della Convenzione europea dei diritti umani. I giudici europei non condannano l’Italia per “eccessivo uso della forza”, ma affermano che vi è stata una violazione nelle procedure giudiziarie italiane. La Corte ha decretato, infatti, un risarcimento di 40 mila euro nei confronti della famiglia di Carlo Giuliani a titolo di soddisfazione per danni morali. Nella sentenza, quindi, molto corposa con i suoi 279 paragrafi, c’è molto di più dell’affermazione della “legittima difesa” dell’agente Placanica. Qui di seguito alcuni passi:
“Il corteo raggiunse il tunnel della stazione all’incrocio con Corso Torino. Improvvisamente, i Carabinieri sotto il comando del signor Mondelli lanciarono lacrimogeni sui dimostranti. Alle 14:29 il centro di comunicazioni ordinò a Mondelli di recarsi rapidamente in Piazza Giusti, nel mentre le Tute Bianche procedevano lungo il percorso del corteo attraverso Corso Gastaldi. Sebbene esistevano 3 differenti percorsi per raggiungere la destinazione, Mandelli scelse la strada che portò la compagnia al rischio di incrocio con il corteo delle Tute Bianche, trascinandoli lungo Via Invrea verso l’intersezione con Corso Torino. Pochi minuti dopo le 3 i Carabinieri si trovarono nel percorso dei dimostranti, attaccarono le Tute Bianche, dapprima usando i lacrimogeni, quindi avanzando e usando i manganelli. L’attacco durò per circa due minuti. Esso non fu ordinato né dalla sede di controllo dei Carabinieri né da altre persone autorizzate a farlo”.
Questa carica, non autorizzata da nessuno, e il collegamento ai fatti successivi che portarono alla morte di Carlo Giuliani, è analizzata nel paragrafo successivo.
“I Carabinieri spinsero i manifestanti indietro verso l’incrocio con Via Invrea. Una volta lì, i dimostranti si divisero: alcuni proseguirono avanti verso il mare, altri trovarono rifugio in Via Invrea e successivamente nell’area attorno a Piazza Alimonda. Alcuni dimostranti risposero alle cariche, procurandosi oggetti solidi come bottiglie di vetro o pattumiere e cominciarono a lanciarli verso le forze dell’ordine. [...] Una volta che l’attacco fu terminato, i Carabinieri abbandonarono Via Casaregis e quindi via Invrea, verso nord, prima di proseguire ad ovest lungo Via Tolemaide. Uno di loro, Mario Placanica, era un Carabiniere di vent’anni, addestrato all’uso delle granate. Sofferente per gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati da egli stesso durante i precedenti scontri, ottenne il permesso dal Capitano Cappello (comandante del contingente ECHO all’interno del CCIR - Contingente di Contenzione e Intervento Risolutivo) di entrare nella jeep allo scopo di allontanarsi dalla scena degli scontri. Si accovacciò nel retro della jeep, ferito e in preda al panico, protetto da un lato da uno scudo e gridando ai dimostranti di allontanarsi o altrimenti “li avrebbe uccisi tutti”. Mario Placanica impugnò la sua Beretta 9mm, la puntò nella direzione del vetro posteriore frantumato della jeep e, dopo qualche decina di secondi, sparò due colpi”.
In merito alle cariche, “La Corte nota a questo proposito che la Corte Distrettuale di Genova [...] ha ritenuto in prima istanza che le azioni dei carabinieri relativamente all’attacco in questione sono state illegali e arbitrarie”.
Molto interessante quanto si può leggere in merito alla presenza dell’agente Placanica: “Un certo numero di questioni certamente necessita di essere posto: se Mario Placanica, che era in un particolare stato mentale scatenato da un alto livello di stress e panico, avesse dovuto prendere parte a tale azione, se avesse avuto il beneficio di un appropriato addestramento ed esperienza; se un migliore coordinamento tra le diverse forze dell’ordine presenti sulla scena avrebbe impedito l’attacco alla jeep così da evitare vittime; infine, e soprattutto, se la tragedia si sarebbe potuta prevenire se ci si fosse preoccupati di non abbandonare la jeep, priva di equipaggiamento protettivo, proprio nel mezzo degli scontri, in particolar modo considerando il fatto che a bordo erano presenti persone ferite che continuavano a portare dietro delle armi”.
“Dal punto di vista degli eventi precedenti, e dato che non è stata condotta alcuna indagineinterna a questo proposito, un fatto che viene deplorato, la Corte non è in grado di stabilire l’esistenza di un collegamento diretto ed immediato tra le mancanze che possono aver influenzato la preparazione e la condotta del pubblico ufficiale e la morte di Carlo Giuliani. [...] Considerate le mancanze nell’esame forense e l’incapacità di preservare il corpo, non è sorprendente che i procedimenti giudiziari siano culminati nella decisione di non approfondire la vicenda. La Corte conclude che le autorità non hanno condotto un’indagine adeguata sulle circostanze della morte di Carlo Giuliani”.
Un aspetto stigmatizzato dalla Corte riguarda, quindi, la cremazione del cadavere, reputando increscioso che la Procura abbia autorizzato la cremazione ben prima di conoscere i risultati dell’autopsia, e che “la mancata conservazione del corpo sia stato un ostacolo enorme per le indagini è peraltro confermato dai quattro consulenti tecnici d’ufficio, che non hanno potuto ricostruire i fatti e, conseguentemente, la traiettoria precisa dello sparo mortale non ha potuto essere determinata”. Nell’autopsia effettuata da parte di due medici nominati dalla Procura, si constatava che “la vittima era stata colpita da un solo proiettile che ne aveva causato la morte. Benché lo “scanner total body” effettuato sul cadavere avesse rilevato la presenza di un frammento metallico conficcato nella testa, i due periti non l’hanno menzionato nella loro relazione tecnica e non hanno estratto il frammento in questione”. Le lacune conseguenti all’autopsia “appaiono ancora più gravi se si considera che il cadavere è stato in seguito consegnato ai ricorrenti e che è stata data autorizzazione per la sua cremazione, ciò che ha impedito qualsiasi ulteriore indagine, in particolare per quanto concerne il frammento metallico che si trovava nel corpo”. Infine, il termine di sole tre ore lasciato ai ricorrenti tra la notificazione dell’avviso di autopsia e l’autopsia stessa ha di fatto impedito loro di nominare un perito di parte, e quindi partecipare alla autopsia.
Ancora la Corte sostiene che “in nessun momento è stato tentato di esaminare il contesto generale e di considerare se le autorità avessero pianificato e gestito l’operazione di ordine pubblico in un modo tale da prevenire incidenti come quelli che causarono la morte di Carlo Giuliani. In particolare le indagini non hanno tentato di stabilire perché Mario Placanica - che il suo ufficiale superiore ha considerato inadatto a continuare il proprio dovere a causa del suo stato fisico e mentale - non è stato condotto direttamente in ospedale, è stato lasciato in possesso di una pistola carica ed è stato collocato in una jeep che non aveva protezioni e che era stata tagliata fuori dal contingente che essa stava seguendo”.
“Dal punto di vista della Corte, le indagini avrebbero dovuto esaminare questi aspetti almeno per quanto concerne l’organizzazione e la gestione dell’ordine pubblico, relativamente al colpo fatale, essendo strettamente legato alla situazione in cui si sono trovati Filippo Cavataio e Mario Placanica. In altre parole, le indagini non sono state adeguate giacché esse non hanno cercato di determinare chi fossero i responsabili di quella situazione”.
In conclusione, al di là dell’affermazione della legittima difesa, sembra abbastanza chiaro che la sentenza dei giudici di Strasburgo deplora una grave mancanza da parte dell’Italia, cioè l’assenza di una indagine accurata sull’organizzazione e la pianificazione dell’ordine pubblico, e sulle responsabilità delle autorità nella gestione delle diverse operazioni. Si tratta di un punto che avrebbe dovuto essere approfondito da una Commissione Parlamentare d’inchiesta, ripetutamente chiesta da diverse forze politiche e sociali, ma sempre negata dai governi in carica. Ci sono, quindi, delle responsabilità che hanno portato all’evento fatale, che avrebbero dovuto essere individuate e non lo sono state. La sentenza della Corte europea stigmatizza, infatti, le indagini nazionali limitate all’esame della responsabilità dei soli Cavataio e Placanica, e il fatto che non si sia indagato in alcun modo il contesto generale e la pianificazione, da parte delle autorità, della gestione dell’ordine pubblico. Le indagini, quindi, non sono state adeguate.
La sentenza della Corte europea, tra l’altro, nonostante le pesanti critiche alla gestione delle autorità italiane, si basa prevalentemente sulla tesi governativa che vede il solo agente Placanica a sparare. In realtà sussistono numerosi dubbi al riguardo, alimentati anche da una frettolosa cremazione del cadavere di Carlo Giuliani. Infatti, ripetutamente nel corso degli ultimi anni, lo stesso Placanica ha sostenuto che forse non era stato lui a sparare, che forse il colpo decisivo veniva da qualcuno al di fuori del Defender dove si trovava Placanica. La prova a sostengo di questa tesi sarebbe nel proiettile che è risultato essere di tipo speciale, per cui non avrebbe potuto essere in dotazione ad un militare di leva, bensì ad un ufficiale. Placanica ha presentato, nel 2008, denuncia contro ignoti per l’omicidio di Carlo Giuliani, presentandosi addirittura come parte lesa.
Alla lettura della sentenza, Haidi Giuliani, madre di Carlo e senatrice della Repubblica Italiana, ha rilasciato una breve e sobria dichiarazione: “...com’è possibile che da un’inchiesta raffazzonata - per ammissione della Corte - venga fuori una verità certa?...”. I genitori di Carlo hanno sempre sostenuto di puntare ad una inchiesta per individuare se esistessero responsabilità politiche e nella catena di comando, che hanno portato ai fatti di Genova, non certo ad ottenere una condanna dell’agente Placanica.
La vicenda in sé è diventata un simbolo, con letture diverse a seconda delle posizioni politiche. C’è chi vede nella morte di Giuliani la testimonianza della incompetenza e della violenza con cui le forze dell’ordine hanno gestito le manifestazioni di piazza di Genova sino a questo gesto estremo, e chi considera la morte di Giuliani la dimostrazione di come il clima di paura generato da manifestazioni violente può provocare anche gesti inconsulti.
A seguito degli eventi di Genova il Parlamento Europeo ha approvato una “Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea” nella quale “deplora le sospensioni dei diritti fondamentali avvenute durante le manifestazioni pubbliche, ed in particolare in occasione della riunione del G8 a Genova, come la libertà di espressione, la libertà di circolazione, il diritto alla difesa, il diritto all’integrità fisica” ed “esprime grande preoccupazione per il clima di impunità che sta sorgendo in alcuni Stati membri dell’Unione europea (Austria, Belgio, Francia, Italia, Portogallo, Svezia e Regno Unito), in cui gli atti illeciti e l’abuso della violenza da parte degli agenti di polizia e del personale carcerario, soprattutto nei confronti dei richiedenti asilo, dei profughi e delle persone appartenenti alle minoranze etniche, non vengono adeguatamente sanzionati ed esorta gli Stati membri in questione a privilegiare maggiormente tale questione nell’ambito della loro politica penale e giudiziaria”. Anche Amnesty International, nel suo rapporto sui fatti di Genova, ha parlato di “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”. In ogni caso, comunque la si voglia vedere la cosa, è una ferita ancora aperta.