censuraI recenti fatti che hanno interessato Wikileaks, noto sito dedito alla pubblicazione di documenti scottanti e segreti dei vari governi, e che in questi giorni viene ritenuto pericoloso dal governo americano proprio per aver pubblicato materiali confidenziali di quella amministrazione relativi alla gestione dell’Iraq, oppure la lotta tra Google e la Cina, la guerra del Blackberry, che è costretta a condividere i codici per impedire la sospensione dei suoi servizi in alcuni paesi, o ancora la recentissima ed accesa discussione in Italia sul ddl intercettazioni e il famigerato comma 29, hanno fatto intendere che la cyber censura progredisce, o quanto meno si evidenzia una crescente pressione di governi anche occidentali, cioè democratici, che per definizione dovrebbero essere immuni da queste mire censorie, ad imporre maggiori regole e limitazioni alle libertà in rete.
Se da un lato gli Stati non democratici rivendicano il diritto di influenzare l’opinione pubblica, dall’altro i governi democratici non sono immuni da tecniche censorie anche se spesso le camuffano sotto motivazioni di comodo. Infatti, quando si parla di censura, e in particolare di censura in rete, ci si dimentica che tale censura esiste già da parecchio tempo in Italia.

Una più o meno evidente campagna denigratoria rispetto alla rete è partita parecchi anni fa, quando si fecero strada le prime evidenze della difficoltà di un controllo preventivo della rete, e della possibilità di una sua utilizzazione da parte di tutti i cittadini al fine di manifestare liberamente le proprie opinioni, a differenza dei classici mezzi di comunicazione di massa che hanno un accesso limitato a chi ha soldi o potere.
L’idea diffusa, supportata da stampa e televisione, che internet sia un luogo pericoloso e nel quale si commettono nefandezze di tutti i tipi, ha innescato nei cittadini una paura recondita nei confronti di questo strumento, alimentata dalla scarsa conoscenza che gli italiani hanno del mezzo, essendo notoriamente l’Italia uno dei paesi a minor penetrazione della rete. Ecco quindi che internet è divenuto il regno della pedofilia, della pirateria, dei virus, delle violazioni informatiche, del phishing, un luogo dove scorazzano indisturbati hacker e terroristi informatici pronti a colpire chiunque.
Su questa paura, per lo più irrazionale, si è costruita l’idea che, per impedire la commissione di reati in rete, è necessaria una forma di penetrante controllo preventivo. Ed è stato per primo il tema della “pedofilia telematica”, nonostante reati di questo tipo siano solo una percentuale davvero infinitesimale rispetto alle altre categorie di crimini, ad assurgere a simbolo di una lotta senza quartiere contro i malfattori del web.


Si dimentica, purtroppo, che quello dei pedofili è un fenomeno preesistente alla rete, e si realizza nella realtà, laddove la rete non fa altro che porre sotto gli occhi di tutti ciò che invece normalmente non sarebbe facilmente visibile.
La scoperta della “sconvolgente” verità dell’esistenza di un fenomeno “pedofilia” ha comportato probabilmente l’esigenza di una catarsi e quindi si è voluto addossare alla rete la colpa di un qualcosa che essa ha solo portato alla luce e che fino a 40 anni fa era semplicemente ignorato.
La pedofilia non è un fenomeno di una particolare comunità, come se fosse possibile relegarlo alla rete, bensì un fenomeno umano da combattere con vigore, ma nel modo giusto per evitare demonizzazioni mediatiche capaci di creare nuove ed ulteriori vittime innocenti. Per fare un esempio sintomatico possiamo ricordare il caso dei ragazzi di Livorno, un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 18 anni (età nella quale qualsiasi atto sessuale è perfettamente lecito), che hanno avuto la malaugurata idea di riprendere i loro atti, per cui sono stati indagati per la produzione di materiale pedopornografico (pena da 6 a 12 anni di carcere), nonostante stessero riprendendo se stessi (quindi il presunto abusante, colui che produceva il materiale pedopornografico, di fatto coincideva con il presunto abusato!) e fossero consenzienti.

La diffusa demonizzazione, spesso acritica, di coloro che vengono semplicemente a contatto con la realtà dei pedofili, comporta conseguenze sociali di non poco conto, cioè i navigatori che potrebbero essere una risorsa nella lotta contro la reale pedofilia, quando vengono a contatto con materiale di questo tipo, per paura di incriminazioni “facili” o della gogna mediatica, se ne allontanano.
Di contro, la risonanza data al fenomeno dai mass-media ha ottenuto l’effetto contrario per quanto riguarda i veri pedofili che, o sfruttano strumenti tecnologici nemmeno di difficile utilizzo per coprire le proprie attività, oppure semplicemente spariscono dal web. Il clamore e la pubblicità, insomma, non producono risultati apprezzabili nella lotta alla criminalità informatica di questo tipo, al contrario permettono ai delinquenti di adottare le contromisure necessarie ad evitare di incappare nelle maglie della giustizia.

La strumentalizzazione del tema della tutela dei minori, compiuta associando alla rete una patente di pericolosità tutt’altro che dimostrata, cagiona nelle persone la paura irrazionale che essere in rete significhi esporsi a chissà quali pericoli. Ciò comporta anche lo sviamento dell’attenzione dai veri pericoli che si trovano in luoghi ben più comuni, come le mura familiari o le scuole. Del resto l’attenzione al pericolo per i minori online è sorta a metà degli anni ’90 quando in realtà di bambini in rete non ve ne erano affatto. Ma ciò non impedì la scelta della censura indiscriminata e del filtraggio dei contenuti grazie anche, talvolta, al generoso apporto di qualche multinazionale che fornisce il supporto tecnico, e così nel contempo si trova a gestire i dati personali di milioni di individui.
Ed una pericolosa commistione tra novelli Torquemada, cinici imprenditori e politici desiderosi di controllo dell’informazione ha prodotto una serie di leggi che non ha affatto risolto il problema della pedofilia online, poiché molte delle clamorose indagini si sono concluse in un nulla di fatto, oppure in pene minime per aver scaricato, forse anche inconsapevolmente, qualche immagine pornografica.

Ma come si realizza il sistema di filtraggio, o se preferite di censura preventiva, previsto in Italia?
Innanzitutto abbiamo il decreto Pisanu, legge antiterrorismo del 31 luglio 2005 n. 155 che istituisce l’obbligo di identificazione degli utenti dei fornitori di accesso alla rete e internet point, nonché l’obbligo di tracciamento della navigazione (con conservazione dei dati nei log per almeno 6 mesi) a fini di Polizia.
Con questa norma si attua un meccanismo di identificazione preventiva per chiunque utilizzi una postazione di accesso pubblica ad internet, normativa presente solo in Italia tra i paesi europei, con obbligo per chiunque intenda offrire una connessione pubblica di ottenere preventivamente l’autorizzazione dalla Questura. Tale normativa, prevista come transitoria al momento della sua approvazione, viene prorogata di anno in anno, la prossima scadenza è per dicembre 2010.

La Finanziaria 2007 (legge 296 del 2006) all’art. 1 comma 50 consente all’AAMS di stabilire con decreti appositi le “modalità per procedere alla rimozione dell'offerta, attraverso le reti telematiche o di telecomunicazione, di giochi, scommesse o concorsi pronostici con vincite in denaro in difetto di concessione, autorizzazione, licenza od altro titolo autorizzatorio o abilitativo o, comunque, in violazione delle norme di legge o di regolamento o delle prescrizioni definite dalla stessa Amministrazione”, che in sostanza avviene imponendo ai provider di bloccare lato DNS l’accesso a siti web di scommesse online non autorizzati dall’AAMS, cioè i siti di quelle aziende che non versano imposte ai Monopoli di Stato italiani ma, eventualmente, pagano tasse all’estero.
Per cui si tratta di siti bloccati non tanto a fini di sicurezza pubblica ma per questioni fiscali.
Il blocco avviene tramite una lista (black list) di siti ai quali inibire l’accesso inviata ai vari provider che appunto modificano i DNS al fine di far puntare la URL del sito ad un indirizzo IP diverso dove è predisposta una pagina dalla Guardia di Finanza che precisa in base a quale normativa il sito è stato bloccato.

Poi abbiamo il Decreto Gentiloni (decreto 8 gennaio 2007) il quale, in attuazione della Legge 6 febbraio 2006 n. 38 che istituisce il reato di pedopornografia virtuale (art. 600-quater.1 Pornografia virtuale: “Le disposizioni di cui agli articoli 600-ter e 600-quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena é diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”), prevede l’istituzione del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia sulla rete Internet, costituito presso l'organo del Ministero dell'Interno per la sicurezza e la regolarità dei servizi di telecomunicazione, ovvero la Polizia Postale.
Tale decreto definisce le modalità di filtraggio che i fornitori di connettività devono utilizzare per inibire l’accesso ai siti segnalati dal Centro, prevedendo una inibizione a livello DNS, ed un’altra addirittura a livello di IP, inibizione che deve avvenire entro 6 ore dalla segnalazione.
Il Centro, inoltre, monitorizza anche i tentativi di accesso ai siti bloccati, ed ha anche ulteriori poteri, come per esempio il potere di accedere ad informazioni finanziarie.

Questo decreto aggiunge, quindi, una modalità di blocco dei siti diversa e più penetrante, il blocco a livello di IP, che rende impossibile accedere al sito anche se si aggirano i DNS conoscendo l’IP, ma di contro tale blocco inibisce contemporaneamente in maniera indiscriminata l’accesso a tutti i siti che condividono lo stesso IP.

Queste forme di censura sono assolutamente inutili da un lato, e controproducenti dall’altro. Il filtraggio a livello di DNS, infatti, è facilmente aggirabile, basta utilizzare un servizio di DNS alternativo a quello fornito dal provider, tipo OpenDNS per poter accedere al sito, attività del tutto lecita, perché il blocco del sito non prevede un divieto da parte dell’utente a visitare il sito medesimo.
Oppure, nel caso di blocco a livello di IP, è possibile utilizzare un proxy server, aggirando il filtro.
In sostanza, per capire meglio, l’utente salta il suo provider, che è quello che impone i filtri, e quindi ha nuovamente l’accesso a tutti i siti, compresi quelli bloccati dal provider.
E stiamo parlando di tecniche affatto complicate da utilizzare, basta una breve ricerca online per ottenere guide, manuali e video per porle in essere, tecniche che in alcuni paesi rappresentano l’unico mezzo di libera espressione delle proprie opinioni, perché se ciò accadesse al di fuori di un anonimato protetto, in quei paesi si rischierebbe la vita solo per aver detto ciò che si pensa.
Del resto viene spontaneo da chiedersi, se tali sistemi di filtraggio basati sulle black list funzionano davvero, perché non li utilizzano per bloccare lo spam?

Tali tecniche, specialmente la seconda, sono eccessivamente intrusive a vanno a colpire anche siti che non hanno nulla a che fare con le condotte incriminate, ma questa forma di censura viene giustificata sulla base di motivazioni non del tutto conferenti, in particolare la presunta pericolosità della rete, per non parlare dei videogiochi che istigano alla violenza. Ci si chiede per quale motivo un giovane non ripeta mai i gesti violenti visti in televisione, per esempio al telegiornale, oppure non sia traviato nella sua moralità ancora in formazione dalle discinte vallette che si vedono a tutte le ore nei canali televisivi, ed invece debba necessariamente replicare le scene di violenza presenti nei videogiochi o visionate in rete! Considerato che la televisione è presente nelle case di tutti gli italiani, mentre internet non lo è, forse sarebbe il caso di girare lo sguardo verso altri mezzi che portano violenza.
Ma la televisione ha due vantaggi rispetto alla rete, è vista dai genitori, che non si sentono di giudicare immorale o pericoloso quei media dei quali loro stessi usufruiscono, e di contro conoscono ben poco della rete, e si sa che ciò che non si conosce è quello che fa realmente paura.
La soluzione non è “vietare”, ma educare, specialmente i genitori, e certamente non ha alcun senso utilizzare agenti provocatori e siti web civetta, predisposti dalle forze dell’ordine con contenuti pedopornografici (da dove li pendono?) al fine di pescare pedofili.

La classe politica attuale non è esattamente conscia dei problemi anche tecnici nei quali si incorre nel momento in cui si vuole intervenire sulla rete, ed una pletora di tecnici e poliziotti che si trovano di fronte la necessità di ovviare ai problemi nati da provvedimenti di blocco dei siti, finiscono per realizzare dei sistemi di filtraggio che sono assolutamente inadeguati a risolvere il problema, e che anzi rischiano di creare più complicazioni che altro.

Questo perché il problema non è la rete in sé, quanto piuttosto la realtà. I reati si commettono nella realtà, e operazioni di filtraggio o di oscuramento di siti non hanno altro effetto che nascondere il problema, senza risolverlo, con l’effetto collaterale di oscurare talvolta anche siti che non c’entrano nulla. Esistono strumenti, come gli accordi di cooperazione internazionale, al fine di scoprire realmente coloro che commettono questo tipo di illeciti. Se davvero (se!) l’intenzione è quella di impedire o reprimere questi reati, la strada giusta è quella di scoprire i colpevoli, non certo quella di nascondere lo sporco sotto il tappeto per poi lasciare la possibilità, a chi ha i soldi e la voglia, di recarsi all’estero per soddisfare i propri appetiti sessuali.
Il discorso è più o meno analogo a quello della pirateria, spacciata come specchietto per le allodole, e sbandierata al fine di impedire comportamenti che non è ancora stato provato rechino una grave danno alle major, laddove il problema reale è di colpire i produttori del materiale pirata, non certo sottoporre a controllo preventivo i cittadini onesti, al fine di verificare se (se!) commettono dei reati.

Un criminale che rischia, oggettivamente, fino a 12 anni di carcere, ha quantomeno l’intelligenza di leggersi qualche manuale che gli spiega come utilizzare un dns alternativo oppure un proxy. In genere si dice che tali filtri servono per impedire l’utilizzo occasionale di contenuti illeciti, cioè sono rivolti al cittadino comune perché egli non sia “traviato” dalla possibilità di avere a disposizione facilmente contenuti illeciti, come si dice, “l’occasione fa l’uomo ladro!”. Ma tale spiegazione pecca di numerose ingenuità, al punto da essere difficilmente credibile, perché se fosse così non esisterebbero gli agenti provocatori e i siti civetta che presumibilmente mettono alla prova la “moralità” dei cittadini come fossimo un qualsiasi Stato religioso.

In realtà dobbiamo prendere atto che la censura è tra noi, ed è stata introdotta un po’ alla volta utilizzando il classico cavallo di Troia, la pedopornografia che riguarda una piccola parte della popolazione, circa lo 0,01%, e si tratta di persone che non hanno alcun interesse a protestare contro tali norme censorie. Quindi ci si comincia a portare avanti col lavoro, con l’intenzione di fare un passo alla volta. Toccherà poi ai siti che non piacciono alle lobby discografiche e cinematografiche (YouTube?), poi a quelli che non rispettano la normativa sulla privacy (Google Video?), il cavallo di Troia dei nostri giorni, poi quelli che contengono materiale politicamente scorretto, come i blog di informazione, casomai con la scusa della rettifica obbligatoria.

E poi, siamo sicuri che in quella fantomatica black list siano presenti solo siti pedopornografici ?