Il video sopra riportato sembra davvero anacronistico, preistoria potremmo dire, se rapportato alle ultime notizie che giungono dalle aule parlamentari. L’emendamento riguardante la legge intercettazioni, sul quale anche ci sarebbe molto da dire, non conterrà alcuna modifica del comma 29, il famigerato comma ammazza-blog, in quanto inammissibili. Questo è quanto ha detto lapidariamente la finiana Bongiorno, Presidente della Commissione Giustizia della Camera, come riporta Guido Scorza.
Ciò vuol dire che in aula andrà il testo come modificato al Senato, cioè quello che prevede “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” l’obbligo della rettifica da adempiere nel termine di 48 ore dalla richiesta a pena di una sanzione fino a 12.500 euro.


Questa norma è figlia di una visione paternalistica della politica, che considera i cittadini come sudditi da controllare ed indottrinare, una politica che non si fida dei governati, e quindi non vuole lasciare loro spazio per esprimere le proprie opinioni, per esercitare la libertà di manifestazione del pensiero, una politica troppo distante dal popolo, e del quale ha paura!
Queste libertà, questi diritti, non sono solo delle idee astratte ed astruse, ma sono i contrappesi necessari per poter realizzare compiutamente una democrazia, diritti e libertà che sono stati più volte asseriti e ribaditi in tutte le sedi più autorevoli e prestigiose, come in Europa, dove è stata approvata una raccomandazione per gli Stati membri che li invita a “garantire che la libertà di espressione non sia soggetta a restrizioni arbitrarie da parte della sfera pubblica e/o privata e ad evitare tutte le misure legislative o amministrative che possono avere un effetto dissuasivo su ogni aspetto della libertà di espressione”, e dove il commissario Viviane Reding ha sostenuto che la libertà di espressione costituisce un principio basilare dell’Europa ed è misura necessaria in una società democratica, e come sancito anche dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Di recente anche la Cassazione ha ribadito l’importanza dell’art. 21 della Costituzione che statuisce il diritto di tutti di manifestare liberamente il proprio pensiero con ogni mezzo di diffusione, diritto riconosciuto anche dalla Corte di Strasburgo.

Il diritto alla libera manifestazione del pensiero e delle proprie opinioni, ma non solo, anche il diritto alla sovranità popolare che in una democrazia rappresentativa ovviamente deve estrinsecarsi attraverso una adeguata informazione che consenta la valutazione dell’operato dei governanti eletti, e nel contempo attraverso l’espressione delle proprie opinioni e critiche, eventualmente, all’operato degli stessi governanti, tali diritti rischiano di essere profondamente limitati dall’estensione dell’obbligo di rettifica a tutti i siti internet determinato dal comma sopra indicato.
Tale estensione è sostanzialmente prodromica ad una equiparazione della rete tutta alla stampa, fine al quale tendono da anni proposte di legge che si ritrovano sempre più spesso nelle agende parlamentari e che fin’ora non hanno aggregato sufficiente consenso politico, e nel contempo hanno suscitato grande sdegno nell’opinione pubblica, per cui non hanno completato il loro iter. Pare che adesso ci siamo, con questa norma che prende numerosi spunti dai tentativi precedenti, ovviando ad alcune ingenuità normative che avrebbero potuto, in futuro, impedirne l’applicazione ad un blog.
Le modifiche introdotte al Senato rendono di solare evidenza l’intento sotteso alla norma, quello di ingabbiare la rete in maglie strette, con una spada di Damocle che pende in perpetuo sulle teste di chi fa informazione dal basso, sui cosiddetti citizen journalist che all’estero sono la norma e stanno concorrendo al superamento della logica di una informazione nelle mani di pochi grandi editori, legati a doppio filo col potere politico.
Il punto è tutto lì, se da un lato la pressione dell’opinione pubblica ha consentito di sbavagliare almeno in parte i giornalisti, riducendo le limitazioni presenti del ddl intercettazioni, dall’altro permangono immutate le norme in tema di bavaglio ai magistrati e bavaglio alla rete. È possibile pensare che abbiano ritenuto inutile un bavaglio ai giornalisti, in presenza di ovvie limitazioni alle intercettazioni. Se le indagini giudiziarie saranno molto più difficili da portare avanti, ci sarà, forse, ben poco da pubblicare.
Ma il discorso non è così semplice, in realtà è palese da anni che la stampa italiana è imbavagliata, in un paese nel quale l’informazione tutta, giornali e televisioni, è in mano a pochissimi grandi gruppi industriali che sempre più spesso si confondono col potere politico al punto che non si riesce più a stabilire quando finisce l’uno ed inizia l’altro. In un quadro così desolante è naturale ritenere che la stampa è già di per sé molto limitata nelle sue libertà, tanto che nelle varie classifiche per la libertà di stampa siamo un paese in instancabile discesa, verso i punti bassi della classifica.

Sono anni che si discute di internet, e la politica infine si è resa conto di quale strumento di realizzazione della democrazia partecipativa sia la rete. Le esperienze dell’Iran e della Cina hanno aperto gli occhi a tutto il mondo, mostrando quanto la rete sia importante, strumento di libertà e di democrazia, strumento di partecipazione, ma soprattutto uno strumento difficile da controllare, a differenza della televisione e dei giornali. La rete non ha editori, non ha padroni, non necessita di grandi capitali, chi vuole, chi ha qualcosa da dire, chi ha voglia di partecipare alla vita politica, di dire la propria opinione, di criticare od elogiare l’operato del governo o dei politici, non può farlo in televisione se non viene invitato, non può farlo sui giornali, ma può farlo in rete. Con qualche centinaio di euro, certe volte anche gratis, ci si apre un blog e si fa informazione, opinione, critica, si fa politica volendo, ma soprattutto si esercita la sovranità popolare.
È per questo che la politica non vede di buon occhio la libertà della rete, spesso definita impropriamente anarchia, sottintendendo, falsamente, che un reato commesso in rete non viene punito.
L’anomalia italiana vede i mass media completamente sbilanciati verso la televisione, con i giornali che in parte dipendono dai sovvenzionamenti statali, concessi direttamente dal governo. E quindi è un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini prende le sue informazioni  dalla televisione, perché così si è voluto che si evolvesse il paese. Per questo motivo l’avvento del terzo incomodo da fastidio molto più dei giornali, in quanto non soffre delle negatività della carta stampata, cioè la necessità di grandi capitali e il fatto di essere una forma di comunicazione limitata a poche persone. La rete è più libera, più democratica, molto meno costosa, più partecipativa.

Negli altri paesi, quindi, si sovvenzionano progetti su progetti per la diffusione della banda larga, per migliorare le infrastrutture della rete, consci che la rete porta posti di lavoro, occasioni e crescita economica. In Italia si bloccano i soldi giù stanziati per la banda larga e si disincentiva l’utilizzo della rete, al punto che siamo tra gli ultimi in Europa come penetrazione della banda larga, e ciò comporta anche pesanti ricadute sull’economia. Ma non perché non si ritiene importante tale tipo di investimento, anzi si è perfettamente consci della loro necessità, come del resto asserito di recente da Confindustria.
Quello che non è ammissibile, per la nostra classe politica, è l’ingresso in campo di un nuovo giocatore che rischi di scompaginare la partita, dando ai cittadini il potere di aprire gli armadi della politica e di scoperchiare il vaso di Pandora. Quello che non si vuole è consentire la diffusione incontrollata ed incontrollabile del dissenso dei cittadini, in quanto anche solo una voce di dissenso è una crepa nel muro del consenso realizzato tramite il controllo degli altri media.

Per questo ci si è mossi per tempo. Prima di “aprire” la rete, cosa necessaria in quanto l’economia viaggia ormai in rete e non tenerne conto vuol dire condannare l’Italia a perdere definitivamente il treno dello sviluppo economico e della ripresa, prima di aprire la rete si è realizzato un quadro normativo che mira ad ingabbiare l’intera rete. Da un lato il decreto Romani che equipara video blog a canali televisivi, con obblighi burocratici (e costi) assolutamente improponibili per un blog amatoriale, e concede poteri di controllo vastissimi all’AgCom, dall’altro il codice di autoregolamentazione che dovrebbe consentire al fornitore di servizi online di rimuovere quei contenuti illeciti ma anche in violazione della dignità umana (qualunque cosa essa sia), autonomamente e senza dover attendere un giudizio della magistratura, con una discrezionalità di valutazione dei contenuti decisamente pericolosa.
Infine, il comma 29 che completa il quadro equiparando anche se solo parzialmente, siti internet e stampa, e assoggettando tutta la rete internet all’obbligo di rettifica, come e peggio di un qualsiasi giornale. Gli oneri vengono estesi, ma non le prerogative dei giornali (l’incensurabilità), cosa che la dice lunga su come venga vista l’informazione online nelle polverose aule del Parlamento.

E, quindi, nonostante le promesse fatte tempo addietro da alcuni politici, il comma 29 andrà in aula senza alcuna modifica, aprendo una nuova stagione nella quale, magari, si pretenderà che un blogger registri la “propria testata” e nomini un direttore responsabile. La strada sarebbe aperta, e non è tanto il rischio di dover sottostare a miriadi di rettifiche puramente strumentali, inviate al solo scopo di porre in difficoltà il blogger che insiste nel dare puntuale notizia delle malefatte del solito politico (del quale nessun giornale stranamente ha mai parlato), ma soprattutto il concreto rischio di doversi necessariamente porre sotto l’ombrello protettivo di un editore. E, si sa, gli editori amano flirtare col potere politico!

Il problema è che la maggioranza degli italiani non ha alcuna contezza delle dinamiche della rete, anzi spesso la rete è vista, complice una televisione palesemente strumentalizzata e governata dal principale concorrente della rete medesima, come un covo di pirati e pedofili, come il luogo per eccellenza degli anarchici e dell'anarchia più totale, come un pericolo per sé e per i propri figli.
Questo è il risultato di anni di indottrinamento culturale e disaffezione agli strumenti democratici, che ha portato ad una diffidenza marcata verso tutto ciò che è nuovo o straniero, che ha portato ad una chiusura delle persone nel loro ristretto ambito sociale, guardando con sospetto tutto ciò che va oltre la nostra immediata comprensione.
Internet non è niente altro che uno strumento, come un autoveicolo, che può essere usato per il bene e per il male, e come i perenni incidenti sulle strade non hanno impedito di mantenere le auto nella vita quotidiana degli esseri umani, anche questo formidabile strumento deve essere valutato per quello che è senza demonizzarlo.

Internet è il simbolo di un passaggio da un mondo chiuso in sé stesso, ad un mondo più aperto e tollerante, internet è la fonte di nuove opportunità, e di confronto tra idee di mondi lontani e diversi. Così come il libro ha consentito di leggere i pensieri e le idee di persone lontane, così come il treno e l’aereo hanno consentito di incontrare quelle persone, allo stesso modo internet, più di un qualsiasi telefono, permette il confronto delle idee, un dialogo a distanza e lo scambio di informazioni, consentendo l’abbattimento dei muri culturali e psicologici.
Anche il libro fu demonizzato, come lo fu l’invenzione del treno, col timore che le usanze e i pensieri di società molto lontane e troppe diverse potessero corrompere le nostre, ma nulla di tutto ciò è accaduto, anzi si è potuto rilevare come popoli lontani abbiano con noi più cose in comune che altro.
Ecco perché internet va difesa in tutti i sensi, come strumento di democrazia, di partecipazione e di tolleranza, oltre che di conoscenza, ed ecco perché si deve lottare e protestare perché l’approvazione del comma 29 sarà la prima pietra per costruire una muraglia cinese sulle libertà della rete.

E questo non lo dico solo io, ma lo dicono in tanti, compreso l’onorevole Fini che al pubblico dibattito sul tema: “Internet è libertà: perché dobbiamo difendere la rete!” (vedi il video) ci ha ricordato come internet sia lo strumento con il quale le nuove generazioni usano rapportarsi quotidianamente non solo con la realtà, con l’attualità, ma anche con gli amici, con la scuola, con lo sport, e che la politica e le istituzioni non possono rimanere silenti di fronte a questa grande innovazione tecnologica e hanno abbiano il dovere di guardare al futuro prossimo venturo con uno sguardo lungimirante. Internet è anche uno strumento per mantenere desta l’attenzione dei giovani verso la politica, e l’Italia non deve correre il rischio di rimanere prigioniera del ritardo culturale che può derivare da una visione della questione vecchia, come quella di considerare il web solo come un nuovo media, una sorta di evoluzione della TV, o peggio un incrocio tra TV, radio, telefono. Si tratta, secondo Fini, di una posizione di retroguardia che va superare anche per evitare che l’Italia non venga distanziata anche da quei paesi che saggiamente investono cospicue risorse finanziarie a sostegno della rete.  

Ebbene, dopo queste parole in difesa della rete sembra paradossale che la finiana Bongiorno abbia dichiarato inammissibili gli emendamenti del comma 29, e che la politica tutta abbia preferito mantenere una norma liberticida per la rete, una norma della quale non si sente alcuna necessità visto che tutte le norme del nostro ordinamento si applicano anche alla rete, norme adeguatamente proporzionate alla maggiore lesività del mezzo, in quanto alcuni reati (come la diffamazione) se commessi in rete sono aggravati. È una norma liberticida perché non tiene alcun conto della realtà della rete, fatta per la maggior parte da blog unipersonali che si reggono con qualche centinaio di euro l’anno, per cui una multa di migliaia di euro li costringerebbe a chiudere, e la multa potrebbe essere semplicemente la conseguenza di una disattenzione, o per aver lasciato il blog incustodito per oltre 48 ore.
E soprattutto questa norma consente a chiunque di presentare delle richiesta di rettifica strumentali, al punto che anche un articolo basato su fatti veri e documentati non si salverebbe dalla rettifica obbligatoria anche se contenente elementi palesemente falsi.

Alcuni politici avevano detto che credevano nella rete e nell’importanza di difendere la rete, eppure alla resa dei conti la rete ancora una volta dovrà difendersi da sola. Ed è per questo che è necessario mobilitarsi, che tutti coloro che credono nella rete, e che ritengono che nel nostro paese gli altri media non sono sufficientemente liberi, facciano qualcosa.
Alcuni blogger hanno diffuso una lettera aperta che chiede di rimuovere la norma sui blog, lettera che sarà inviata al presidente della camera Gianfranco Fini, alla presidente della commissione giustizia Giulia Bongiorno e a tutti i deputati.
Eventualmente può essere utile anche cercare di coinvolgere organismi europei, scrivendo al commissario Viviane Reding.