no_bavaglioAlla fine è stata approvata al Senato la legge di riforma delle intercettazioni, ottenendo critiche un po’ da tutte le parti, non solo dalla magistratura e dai giornalisti, ma anche dal popolo della rete, in quanto vi è un apposito comma che la riguarda, e dall’opinione pubblica nazionale che si è mobilitata in difesa del diritto ad una informazione completa e trasparente. A queste si sono aggiunte critiche dall’estero, prima il Dipartimento di giustizia americano, poi addirittura l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), specializzata nel controllo delle procedure democratiche in paesi a rischio autoritario, invitando l’Italia a rinunciare alla legge in questione o a modificarla sulla base degli standard europei sulla libertà di informazione e di espressione.
Secondo il segretario dell’Osce, ma non solo, la legge in questione potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo e di inchiesta. Esistono pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo che stabiliscono come in un sistema democratico l’importanza di una notizia rende lecita la sua pubblicazione anche se si tratta di notizia soggetta a segreto (ma la legge in oggetto stabilisce che non sono pubblicabili nemmeno gli atti non più coperti da segreto), in quanto l’obbligo di informare i cittadini prevale, e in particolare prevale sul diritto alla privacy dei soggetti pubblici come possono essere i politici. La Corte ha sostenuto che il diritto di sapere e di essere informati è un corollario necessario dell’esercizio del controllo democratico, in quanto in democrazia i controlli istituzionali (e questo lo vediamo nelle inchieste giudiziarie che giungono sui giornali) non bastano, ma occorre il controllo diffuso di tutti i cittadini, cioè la trasparenza.


La legge approvata, che però dovrà essere confermata dalla Camera dei deputati (anche se la cosa appare piuttosto facile e breve, viste le premesse), prevede che un PM possa intercettare (e le riprese video sono parificate alle intercettazioni audio) se ci sono gravi indizi di reato solo se a carico dell’indagato ha già raccolto elementi di prova, in particolare non potrà intercettare se gli elementi sono costituiti da altre intercettazioni. Le intercettazioni hanno un durata massima di 75 giorni (le intercettazioni della “cricca” sono durate 2 anni!), e devono essere autorizzate da un collegio di 3 giudici del tribunale distrettuale, al quale il PM dovrà trasmettere tutti gli atti di indagine, anche in caso di ulteriori proroghe che oltre i 75 giorni vanno chieste ogni 3 giorni.
Paradossale è che nel nostro ordinamento un giudice singolo può condannare un imputato, ma per intercettare si chiede che autorizzi un collegio di 3 giudici, e che siano del distretto, così diventa necessario un continuo andirivieni di carte tra procure e tribunale distrettuale, con rischi di perdite di fascicoli, di ritardi e di fughe di notizie, visto le troppe mani per le quali passeranno tali carte. E non dimentichiamo che quasi tutte le procure hanno carenze di organico e di mezzi!
Ancora, le intercettazioni ambientali si potranno fare solo in luoghi pubblici (quindi nemmeno nelle auto) se dalle indagini emerge che sono fondamentali per l’accertamento del reato o possono impedire la commissione di nuovi reati.
È stata introdotta anche la cosiddetta norma D’Addario, dal nome della famosa escort, che prevede il carcere per il cittadino, che non sia giornalista o dei servizi segreti, il quale registri fraudolentemente (cioè all’insaputa dell’altro) conversazioni alle quali partecipa. Questo vuol dire che non saranno più possibili registrazioni tipo quelle di trasmissioni come Report o Le Iene, ma neanche per documentare un tentativo di estorsione ai propri danni (andrebbe in carcere l’estorto in questo caso!).
Le legge in questione si applica anche ai procedimenti in corso.
Infine, per quanto riguarda la stampa il giornalista che pubblica atti di indagine prima della fine dell’udienza preliminare, anche se non più coperti dal segreto istruttorio, è punito con l’arresto o con l’ammenda, se si tratta di intercettazioni con carcere ed ammenda, anche se c’è un interesse pubblico alla notizia. Il cronista potrà però scrivere per riassunto gli atti processuali già noti (cioè quelli che sono a conoscenza anche della difesa), tranne le intercettazioni.
Punto di rilievo è l’introduzione di una sanzione pecuniaria agli editori nel caso il giornale pubblichi atti del tipo sopra riportato.
Per ultimo si estende l’obbligo della rettifica prevista dalla legge sulla stampa per i giornali anche agli editori di libri, che dovranno comprare spazi a proprie spese sui giornali, e addirittura a tutti i siti internet, con fissazione del risibile termine di 48 ore dalla richiesta per la pubblicazione della rettifica senza alcun commento.

Ovviamente il governo difende la sua legge, sostenendo che occorre per impedire le continue fughe di notizie e proteggere la privacy dei cittadini, che la spesa per le intercettazioni è eccessiva e fuori controllo, che si ricorre troppo alla intercettazioni ponendo sotto controllo una massa eccessiva di individui.
In realtà a ben vedere tutte le argomentazioni del governo appaiono strumentali. Prima di tutto appare strano che lo stesso governo che si è premurato negli anni di limare e diminuire la privacy dei cittadini adesso si preoccupi di privacy, parliamo di un governo che ha capovolto letteralmente le ottime norme in materia di privacy telefonica delle persone passando da una legislazione che proteggeva i cittadini ad una opposta, parliamo dello stesso governo che ha autorizzato il diffondersi capillare della videosorveglianza sui cittadini, e ha limitato (e continua a sfornare disegni di legge che ulteriormente cercano di limitare) la privacy di chi naviga in rete, per cui è quantomeno paradossale sentirlo asserire che la legge in questione occorre in quanto necessità difendere la privacy dei cittadini. Certo, se invece fosse la privacy dei politici a dover essere difesa, cioè delle figure pubbliche, anche se purtroppo indagate per qualche fatto, allora la cosa sarebbe più comprensibile.

In realtà il fenomeno, più o meno diffuso, della fuga di notizie è facilmente arginabile prevedendo una selezione delle intercettazioni in contraddittorio con la difesa e le parti di un processo, da parte del magistrato competente, in modo che le intercettazioni inutili ai fini dell’indagine vengano distrutte oppure semplicemente mantengano lo status di indagini segrete, e siano impubblicabili. In tale modo si eviterebbe il gossip e la pubblicazione di elementi inutili ai fini del procedimento giudiziario. Tale modifica più volte proposta, anche dagli stessi magistrati, non è mai stata recepita dai governi italiani, purtroppo, lo si deve dire, poco inclini a realizzare norme utili, ma più adusi a riforme del tutto propagandistiche.

Per quanto riguarda, invece, l’argomentazione relativa alla spesa eccessiva, basta leggere i dati forniti direttamente dal ministero della Giustizia per verificare che, scorporando le spese per altre attività giudiziarie, le spese per le intercettazioni ammontano a 271 milioni di euro (anno 2009), di cui 212 milioni sono il costo degli apparati, 45 per spese varie e 12 per l’acquisizione dei tabulati telefonici. Pensiamo che è bastato un decreto per eliminare l’ultima voce, obbligando, dal primo gennaio 2010, le società telefoniche a fornire i tabulati gratuitamente, e immaginiamo che, visto che in fondo è lo Stato che fornisce la concessione a dette società, si potrebbe estendere tale obbligo anche alle intercettazioni vere e proprie (come si fa negli altri Stati) con risparmi enormi. Del resto non dobbiamo dimenticare che la telefonata è già pagata dall’intercettato!
Comunque in materia di costi delle intercettazioni, non è tanto il costo che interessa, quanto piuttosto il ricavo che si ottiene dalle inchieste basate su intercettazioni, che in alcuni casi è sintomatico. Non esistono dati ufficiali complessivi, ma possiamo ricordare che l’inchiesta Telecom Sparkle-Fastweb ha consentito di recuperare 400 milioni di euro a fronte di un costo per le intercettazioni di 200mila euro, che l’inchiesta sui furbetti del quartierino, costata complessivamente (non solo le intercettazioni quindi) 8 milioni di euro, ha consentito un recupero di ben 340 milioni di euro.

Per quanto riguarda i soggetti intercettati, spesso si confondono i dati citando o i decreti autorizzativi (che sono molti per ogni soggetto) oppure le utenze intercettate (un criminale in genere utilizza svariate utente e le cambia di continuo), ma se ci si limita ai dati relativi al numero di soggetti realmente intercettati verifichiamo che non si va oltre le 20.000 persone.

Insomma, appare ovvio che tutti questi abusi in realtà non esistono, o se esistono sono facilmente emendabili, anzi il fatto che in Italia solo i magistrati possano autorizzare le intercettazioni limita gli abusi che si compiono in altri paesi. La realtà è che una volta le indagini erano basate su pedinamenti, ma oggi, che tutto è computerizzato, le indagini necessariamente devono prevedere intercettazioni e controlli telematici. Negli Usa addirittura il numero delle intercettazioni è cresciuto del 26% nel 2009, e noi invece siamo in controtendenza.



Un’analisi della legge intercettazioni fa sorgere numerosissimi dubbi, come del resto ha evidenziato anche l’associazione di categoria dei magistrati, e quella della polizia, oltre a quelle dei giornalisti, principalmente il fatto che tale legge non ha nulla a che fare con la protezione della privacy, quanto piuttosto con l’intento di impedire le intercettazioni o quanto meno depotenziarle. In tal senso il contentino ai giornalisti di poter scrivere gli atti per riassunto si mostra per quello che è, visto che poi indebolendo le intercettazioni i magistrati difficilmente potranno scoprire qualche reato. E non basta poter dire che le intercettazioni per i reati di mafia non sono state toccate, poiché la maggior parte delle indagini per mafia parte relativamente ad altri reati.
Qualcuno ha detto che i magistrati potrebbero fare una sorta di disobbedienza civile, cioè scrivere nei loro atti, oppure dichiarare che il tale procedimento si è bloccato perché la legge non consente ulteriori indagini, e quindi quel colpevole resterà impunito. Ma anche a questo si è pensato, poiché si prevede il divieto per il magistrato di parlare dei suoi procedimenti, pena la rimozione o addirittura la sospensione dal servizio. Ed inoltre si prevede una sorta di responsabilità oggettiva dell’inquirente in relazione agli atti giudiziari: nel caso di fuga di notizie lo si considera responsabile a prescindere di chi sia la colpa (rammentiamo che in alcuni casi, documentati, la colpa è degli indagati che traggono vantaggio dalla fuga di notizie, potendo così attaccare il magistrato e l’inchiesta, dichiarata “politica”). Se pensiamo a quante volte le carte dovranno transitare tra mille e più mani per andare al tribunale distrettuale, è facile supporre che per liberarsi di un PM scomodo basterà provocare ad arte una fuga di notizie.
Non dimentichiamo, infine, la norma che vieta la pubblicazione e diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti loro affidati, così un magistrato particolarmente benvoluto dall’opinione pubblica, in quanto esposto in indagini ad alto rischio, non si potrà più conoscere, e se dovesse subire attentati non si saprebbe nemmeno per quale motivo.

La stessa cosa accade ai giornalisti. Molti di loro hanno già dichiarato che faranno disobbedienza civile, pubblicando anche gli atti che saranno vietati, perché ritengono che il loro dovere è quello di informare i cittadini (come sostiene la Corte Europea dei diritti dell’uomo), ma anche in questo caso c’è la classica pezza, cioè la multa agli editori che di fatto elimina una volta per tutte l’autonomia della redazione e rende l’editore responsabile per le sue pubblicazioni (mentre prima lo era solo la redazione). Sarà quindi l’editore stesso ad impedire al suo giornalista di pubblicare notizie vietate o semplicemente scomode.
E se anche il giornalista volesse diventare editore di se stesso, aprendo un blog o sito internet, si è approntata l’estensione dell’obbligo della rettifica a tutti i siti internet, in modo che chi si sente leso da una notizia possa chiedere ed ottenere nel termine di 48 ore dalla richiesta la pubblicazione di un suo scritto nel quale potrà dire quello che vuole, e tutto ciò senza alcun controllo giudiziario o di altro tipo, così mettendo i blog nelle mani del primo che capita e vuole “rettificare” notizie anche vere.

Per cui il risultato di questa legge, non per nulla denominata “legge bavaglio”, è quello di posticipare nel tempo, anche di anni, le notizie delle indagini giudiziarie comprese quelle che interessano i politici e i dirigenti che gestiscono la cosa pubblica, impedendo quindi un controllo da parte del cittadino su come i suoi rappresentanti agiscono nella gestione della cosa pubblica.
Secondo la Corte Europea e la Corte Costituzionale le limitazioni al diritto di cronaca sono possibili solo a condizione che tutelino un bene di rango costituzionale pari, ma come abbiamo visto non si palese un reale intento di protezione della privacy, e nemmeno un intento di proteggere la formazione del corretto convincimento da parte del magistrato, come anche qualcuno ha adombrato, in quanto il divieto di pubblicazione viene meno proprio all’apertura del dibattimento, cioè quando il rischio del condizionamento del giudicante potrebbe realmente sorgere.
Tutto ciò che si otterrà sarà un mercato di sottobanco delle notizie giudiziarie (che sono, non dimentichiamolo, non più segrete anche se non pubblicabili), le quali gireranno per corridoi, forse utilizzate come mezzo di pressione e ricatto, senza alcun controllo. Le pubblicazioni ci saranno comunque, perché è sempre lecito che un giornalista citi notizie apprese da “ambienti ben informati”, con l’unico risultato di ottenere una informazione giudiziaria scarsamente attendibile.

Siamo quindi giunti al sovvertimento dell’art. 21 della Costituzione italiana, impedendo di fatto alla stampa di svolgere il proprio ruolo, quello di servire i cittadini, non certo i governanti.

La stampa deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo


(Hugo La Fayette Black - Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti 1886-1971)