decreto-pisanuPare proprio che i nostri politici abbiano uno scarso interesse alla sviluppo di internet e della rete. Interessa poco perché gli 800 milioni che erano stati destinati allo sviluppo delle infrastrutture della rete, in pratica per la cosiddetta banda larga, bloccati al Cipe, non vengono ancora sbloccati. Si dice che verranno utilizzati quando l’Italia uscirà dalla crisi, peccato che 800 milioni investiti in infrastrutture, soprattutto tecnologiche (settore nel quale noi italiani siamo carenti), porterebbero ad un incremento dell’occupazione.
Il commissario europeo Viviane Reading sostiene da tempo che “Internet a banda larga è una componente cruciale per l'innovazione. Secondo gli studi sull'ICT è alla base di metà della crescita nella produttività per l'UE. La disponibilità di infrastrutture broadband ad alta velocità è la chiave per trovare nuovi lavori, apprendere nuove capacità, identificare nuovi mercati e tagliare i costi. È essenziale sia per le attività professionali che per i pubblici servizi (scuole, ospedali, uffici governativi). ICT ed in particolare le infrastrutture per la banda larga sono diventati strumenti essenziali per il funzionamento dell'economia moderna. Un recente studio ha dimostrato che lo sviluppo del broadband contribuirà alla creazione di 1 milione di posti di lavoro in Europa e una crescita delle attività economiche legate al broadband pari a 850 miliardi di euro tra il 2006 ed il 2015 (assumendo un tasso di adozione costante di qui al 2015)”.

Interessa poco perché il decreto Pisanu invece di essere abrogato è stato prorogato per la terza volta, nonostante inviti da parte di molti, compreso il medesimo Pisanu, a non prorogare questa norma che impedisce la diffusione di punti di accesso pubblici alla rete, ed è norma, non dimentichiamolo, solo italiana, nessun paese europeo ha norme simili. Col Decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194 (il c.d. mille proroghe), pubblicato in Gazzetta ufficiale il Governo ha prorogato ancora di un anno, quindi fino a dicembre 2010, l’efficacia di quella ex disposizione antiterrorismo straordinaria ed urgente, passata alla storia come il decreto Pisanu.

 

Di contro l’interesse dei politici verso la rete si fa più “pressante” sul fronte opposto, cioè non interessa tanto sviluppare la rete, utilizzandola, come fanno nel resto d’Europa, bensì preoccupa l’eccessiva libertà della rete. Pare che ai nostri politici interessi di più chiudere gruppi su Facebook, poco importa se nel contempo si limita la libertà di manifestazione del pensiero, oppure sottoporre a controlli sempre più pressanti siti e blog, sottoporre ad autorizzazione le dirette in streaming sul web, come anticipato dal ministro Maroni, cosa che impedirebbe le tante dirette effettuate dall’Abruzzo, nei giorni successivi al terremoto, che hanno consentito numerosi interventi di aiuto alle popolazioni colpite dal sisma, impedirebbe la trasmissione sul web di manifestazioni come quella del No B Day a Roma, e così via.
È poco rilevante per quale parte politica si parteggia, destra o sinistra, questo è un problema di libertà di manifestazione del pensiero e di accesso alle informazioni. Chiunque tenga a questi fondamenti di una democrazia dovrebbe interessarsi di questi problemi, e non accettare acriticamente le opinioni del governo di turno che, come è ovvio, tende a fare i propri interessi, che poi alla fine in genere si tratta di auto perpetuarsi al potere.
Le leggi per imbavagliare la rete non sono di un solo partito politico, sono nate sia a destra che a sinistra.

Sempre più insistenti si fanno le voci di provvedimenti tesi a risolvere alla radice il problema di eventuali abusi della libertà di manifestazione del pensiero, disponendo autentici blocchi, cioè oscurando siti, blog, o addirittura interi portali online. In pratica si vorrebbe scaricare la responsabilità di eventuali abusi sui provider, sui fornitori di servizi, sugli intermediari, per cui se su un portale si verificano presunti abusi (ricordiamo che solo la magistratura è deputata a condannare le persone, per questo l’abuso è effettivo solo dopo una condanna) la responsabilità sarebbe non del singolo, bensì dell’intero portale, col rischio di chiusura.
Ricordando che la magistratura può sempre operare il sequestro, cioè l’oscuramento, di un sito, anche prima di una condanna, in via cautelativa, però è da evidenziare che la traslazione della responsabilità dal singolo al sito web porrebbe in essere uno strumento di pressione eccessivo, strumento utilizzabile contro un sito web reo solo di ospitare contenuti particolari.
Un sito web, un blog, piuttosto che correre il rischio di vedersi oscurato in toto, preferirebbe impedire alla radice tutti gli articoli, i commenti, i video, le foto, che possano essere ritenute lesive da terzi, ben prima di una valutazione di un giudice. È palese che tale situazione porterebbe ad una rete ampiamente censurata, una rete dove chi ha i soldi, quindi ha i server che ospitano siti, può o direttamente, oppure su sollecitazione altrui, impedire l’espressione di opinioni altrui. Il dissenso sarebbe bandito dal web.

La verità è che la rete è un fenomeno di notevole importanza, ma è anche uno strumento, più o meno come un telefono, che può essere usato per il bene e per il male. Anche un telefono può essere usato per commettere reati, anche una lettera, ma non per questo si chiede di irreggimentare e sottoporre a controlli preventivi le telefonate oppure le lettere.