Social network e drogaUn articolo del Corriere da conto di una ricerca del National Center on Addiction and Substance Abuse della Columbia University, il quale nel National Survey of American Attitudes on Substance Abuse XVI: Teens and Parents (una ricerca sulle attitudini degli adolescenti in relazione all’abuso di droghe) denuncia un “un pericoloso legame tra social network e abuso di droghe e alcol nei 1.037 giovani americani osservati”.
Secondo l’articolo del Corriere “quelli che bazzicano per le reti sociali, quelli che quotidianamente postano e navigano per Facebook e MySpace sarebbero insomma differenti da coloro che abitualmente non frequentano questi luoghi virtuali. I frequentatori abituali di Fb secondo lo studio sono cinque volte più propensi a bere troppo, tre volte più portati a fumare e due volte più sollecitati a consumare erba. Infine sono genericamente più disinvolti nell’avere «cattive» amicizie, di cui sentono il fascino pericolosamente”.

Insomma, la solita storia degli internauti brutti sporchi e cattivi? Non sembra perché il medesimo articolo evidenzia che non si tratta in realtà di una condanna a Facebook e compagni, quanto piuttosto di un richiamo alla pericolosa esposizione dei minori ad immagini suggestive.

Ma andiamo direttamente alla ricerca di CASA Columbia, che in realtà solo in parte si occupa di analizzare il comportamento dei minori internauti, riservando varie pagine a situazioni del tutto estranee alla rete (come i ragazzi che regolarmente attendono a funzioni religiose).
Per la parte della quale si occupa il Corriere, la ricerca trova spunto da una serie di sondaggi dai quali ricava che gli adolescenti che spendono più tempo in rete fanno maggior consumo di tabacco, alcol e droghe.
Lo studio riporta anche come il 19% dei minori subisca bullismo informatico, cioè vengono esposti a immagini o parole imbarazzanti su un social network. La conseguenza, denuncia la ricerca, è che i ragazzi soggetti a cyberbullismo sono più propensi all’abuso di droghe.
La ricerca conclude che i gestori di social come Facebook dovrebbero impedire l’uso dei loro siti o comunque l’esposizione di immagini suggestive a minori, in caso contrario si potrebbe configurare una forma di abuso sui minori (“The time has come for those who operate and profit from social networking sites like Facebook to deploy their technological expertise to curb such images and to deny use of their sites to children and teens who post pictures of themselves and their friends drunk, passed out or using drugs. Continuing to provide the electronic vehicle for transmitting such images constitutes electronic child abuse”). Insomma, si chiede un intervento specifico dei social network al fine di impedire la visione di immagini suggestive in rete, altrimenti i social potrebbero incorrere in possibili illeciti.

Approfondendo la ricerca si nota però che il collegamento non è tanto tra Facebook, preso come paradigma dei social network, e l’abuso di sostanze o alcol, quanto piuttosto tra l’esposizione ad immagini “suggestive” (immagini di giovani che si drogano o fanno abuso di alcol…), in base al vecchio adagio “un’immagine vale più di cento parole”, e l’abuso di sostanze; cioè non indica nei social la causa di una tale attitudine, quanto rileva, piuttosto, una mera correlazione statistica per approfondire alcune dinamiche sociali, come evidenzia anche l’analisi de il Nichilista.
Anche perché altrimenti ci si aspetterebbe un aumento del consumo di sostanze, in correlazione con un esponenziale aumento di uso dei social network degli ultimi anni.
Infatti, a paragone di ragazzi che non hanno mai visto foto di altri ragazzi ubriachi, gli adolescenti esposti a tali immagini (“compared to teens who have never seen pictures of kids getting drunk, passed out or using drugs on social networking sites, teens who have seen such pictures”) sono più propensi all’abuso di sostanze. Questo è il fulcro della ricerca!

Visto in tal modo questo studio appare un po’ differente da come viene presentato, e si rifà a principi di psicologia acclarati, poiché è risaputo che l’uomo è un essere emulativo che tende a ripetere quanto vede compiere da altri, ed è ovvio che un ragazzo che non è a conoscenza dell’esistenza di droghe, e mai ne ha viste, ha sicuramente una minor propensione al loro consumo!
E questo risulta evidente leggendo un altro passo dove si chiarisce che i minori con genitori che hanno fatto uso di tabacco (o marijuana) sono più propensi a farne uso loro stessi (“Compared to teens whose parent reports not having smoked or chewed tobacco in the last 30 days, teens whose parent reports having used tobacco in the last 30 days are almost three times likelier to have used tobacco themselves”). Stavolta internet non c’entra per nulla!

Quindi il problema non è l’uso dei social network, quanto l’esposizione ad immagini suggestive, laddove è evidente che tali immagini non possono che essere visionate lì dove i giovani si trovano a partecipare. Il problema, in sintesi, non è la rete, quanto piuttosto la realtà che ci circonda che è più violenta, più dedita agli abusi di sostanze, ecc…, poi dipende da dove noi attingiamo le nostre informazioni, i luoghi che frequentiamo, le amicizie, ecc…
Quindi, i giovani di oggi, più dediti all’uso della rete internet e dei social network, hanno maggiore possibilità di trovare immagini “suggestive” in rete perché è il luogo (virtuale) che frequentano maggiormente. Uno studio analogo svolto in Italia probabilmente evidenzierebbe l’emulazione di comportamenti osservati in televisione, visto che è ancora questo il media più usato nel nostro paese.
Stesso ragionamento si può fare per i minori soggetti a cyberbullismo, è evidente e risaputo che chi è soggetto ad abusi di qualche tipo tende più facilmente ad avere problemi in futuro, ma anche qui, come ci ricorda ValigiaBlu, si corre il rischio di scambiare il mezzo per il messaggio laddove internet è solo lo strumento attraverso il quale il minore viene a contatto con la realtà, contatto che determina ovviamente delle conseguenze.

Infatti, la conclusione è piuttosto semplice, se l’esposizione ad immagini suggestive determina un aumento del rischio di abuso di sostanze, allora è importante che i genitori si preoccupino di più dei loro figli (“The findings in this year’s survey should strike Facebook fear into the hearts of parents of young children and drive home the need for parents to give their children the will and skill to keep their heads above the water of the corrupting cultural currents their children must navigate”), li seguano e gli forniscano gli strumenti giusti per valutare correttamente la realtà che ci circonda.
Come del resto lo stesso articolo del Corriere evidenzia, quindi, il problema non è dato da Facebook o dalla rete in genere, quanto piuttosto da un mancato controllo o, per meglio dire, un indirizzo dei genitori talvolta assente nell’educazione dei figli. Infatti, la stessa ricerca evidenzia che gli adolescenti che cenano più spesso con i genitori hanno minore propensione per l’abuso di sostanze (“compared to teens who have frequent family dinners (five to seven a week), those who have infrequent family dinners (fewer than three per week) are almost four times likelier to have used”).

Stranamente, però, con un certo salto logico, invece di sottolineare l’importanza della famiglia nell’educazione dei figli, la ricerca suggerisce come strada da seguire quella del controllo da parte dei provider o social e il conseguente blocco di immagini che possano in qualche modo “traviare” i giovani, o addirittura il blocco degli account di coloro che postano immagini di tal fatta.
Un modo come un altro per nascondere la realtà piuttosto che affrontarla dando ai figli gli strumenti giusti per capire ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quello che un minore non vedrà in rete, perché bloccato, lo potrà poi vedere nella vita reale, casomai spinto da coetanei, e in tal caso, non essendo stato adeguatamente preparato dai genitori, potrebbe non essere in grado di gestire la situazione.

Comunque la si pensi sul punto, se si è a favore di uno Stato paternalistico che si intromette anche nell’educazione dei figli, oppure si preferisce che quest’ultima sia demandata ai genitori, una cosa appare certa, cioè che il titolo dell’articolo del Corriere è quanto meno fuorviante. E poco importa se il titolo viene impostato in tal modo consciamente oppure per semplice inerzia, cercando un lancio altisonante che attiri lettori sulla base della considerazione che l’internet pericoloso fa sempre audience, il risultato di articoli che in qualche modo danno conto di una realtà distorta in rete è sempre una diffusa paura per un mezzo mediatico sempre più presente nelle case della gente, e quindi la possibilità che in momenti di crisi politica qualche governo cavalchi l’onda della paura per imporre sempre maggiori controlli alla rete.
Infatti nella ricerca vi è un espresso invito ai social network a provvedere in modo che le cosiddette immagini suggestive siano bloccate, quindi ad implementare veri e proprio controlli sui contenuti immessi dagli utenti, finendo per configurare una sorta di responsabilità dei social in caso contrario.
Si tratta, a ben vedere, della medesima strada che viene perseguita da un po’ di tempo a questa parte in merito ad altre fattispecie, principalmente in materia di copyright, chiedendo ai provider di dotarsi di strumenti per il controllo e il blocco di contenuti.
E, considerato che lo strumento per il controllo è sempre lo stesso, il passo dal controllo dell’immagine pornografica all’espressione di dissenso politico, è piuttosto breve. Come si dice, l’occasione fa l’uomo ladro, e un governo che ha a disposizione un mezzo di controllo della rete, attraverso i provider, riuscirà ad essere poi così illuminato da non usarlo per altri fini?