libriQualche giorno fa Seth Godin, autore di bestseller internazionali, sul suo blog ha innescato una interessante riflessione sul futuro dell’editoria tradizionale. Godin rileva che i veri clienti degli autori di libri non sono tanto i lettori, quanto gli editori stessi, perché se all’editore il libro non piace, non viene pubblicato.
I lettori, invece, sono separati dagli autori da una serie di strati, costituiti dai distributori, dagli stampatori, e dagli stessi editori che fungono da intermediari, per cui non vi è, in effetti, un collegamento diretto tra autori e lettori.
Secondo Godin gli editori tradizionali usano tecniche per aiutare un autore a raggiungere i suoi lettori, adatte ad un centinaio di anni fa.
La differenza che si ha oggi, grazie all’avvento della rete, e data dalla possibilità di conoscere i propri lettori e dialogare direttamente con loro, senza alcuna intermediazione. Un autore che sfrutta anche la rete sa bene che i sui lettori, oltre ad eventualmente comprare il libro, possono seguire i post sul blog, scaricare Pdf, unirsi a discussioni su forum pubblici. Ma nessuna di queste attività è supportata da un editore tradizionale, anche se sono tutte utilissime per raggiungere nuovi lettori.


Alla domanda di Godin, se serve avere ancora un editore tradizionale quando attraverso un uso competente del web si può raggiungere una platea decine di volte maggiore, risponde a suo modo Andrea Pomella, il quale evidenzia che il ruolo di intermediario affidato all’editore ha ancora un senso poiché il libro scritto, approvato e pubblicato da un editore, consente di ottenere un crisma di autorità costituita, come se il cartaceo ci rendesse informati del fatto che si è in presenza di un autore vero, proprio perché ha superato la scrematura dell’editore, e non di un semplice apprendista.
E questo nonostante molti autori senza autorità oggi abbiano acquisito sul web la reputazione che consente di far loro da sé, senza un editore come intermediario.
Con il sempre maggior passaggio di autori verso il nuovo scenario costituito dalla rete, conclude Pomella, è possibile che gli editori saranno costretti a restituire agli autori la “libertà intellettuale”, liberandosi così dalle pastoie che qualche editore impone loro.

Tutte queste interessanti considerazioni mi riportano con forza, adesso che siamo in vista della riapertura delle attività istituzionali, al disegno di legge di modifica delle intercettazioni, per il quale presumibilmente potrebbe riprendere il dibattito in Parlamento a giorni. In quel disegno di legge vi è ancora, nella sua forma più deteriore, il famigerato comma 29, il quale, nell’estendere l’obbligo della rettifica previsto per la stampa a tutti i “siti informatici”, sostanzialmente apre la strada alla parificazione totale tra stampa e web. Proseguendo su questa strada magari in futuro si pretenderà che un blogger registri il proprio blog come fosse una testata editoriale online, e addirittura nomini un direttore responsabile, con le limitazioni dovute all’obbligo che tale direttore deve essere per legge un giornalista iscritto all’albo.
In tal modo si finirebbe per costringere i blogger a doversi porre sotto l’ombrello protettivo di un editore, in un paese dove, è notorio, gli editori sono legati a doppio filo con la politica, quando addirittura non sono politici loro stessi.