La crisi finanziaria mondiale che ha provocato il fallimento di numerose aziende e gettato in strada milioni di lavoratori nasce da lontano, e per spiegarne la ragioni si deve guardare alla nazione che da anni è considerata il faro guida dell’economia mondiale: gli USA. Se George Bush riceve dal precedente presidente Clinton un surplus finanziario, ma Obama si ritrova a fine mandato di Bush un debito pubblico di 10mila miliardi di dollari, circa il 70% del PIL americano (il 18% dell’economia mondiale!), non si può non chiedersi cosa sia veramente accaduto per realizzare questo disastro economico. La verità è che in un determinato momento storico si è creata una frattura che ha modificato totalmente certe dinamiche. Con l’attacco alle torri gemelle Bin Laden voleva distruggere l’economia americana e rilanciare l’impero islamico, anche contro i regimi oligarchici musulmani, Arabia Saudita in primis, fortemente sostenuti dagli occidentali per esigenze di comodo e generalmente formati da élite cresciute ed istruite in occidente. Paradossalmente la guerra al terrorismo è stata la causa della crisi dell’economia mondiale. Le politiche occidentali, e principalmente quella dell’amministrazione Bush, hanno fatto sì che Bin Laden potesse vedere quasi coronato il suo sogno di distruggere l’economia americana. Questa è la verità!
All’indomani dell’ 11 settembre, le politiche dell’amministrazione Bush cercano di combattere il terrorismo in tutte le sue forme, considerandolo però un fenomeno esogeno più che interno, e con ciò sbagliando, in quanto la maggior parte dei terroristi sono cittadini dei paesi dove agiscono (si veda gli attentati di Londra). Si è voluto combattere il terrorismo come fosse una guerra, ma una guerra ha bisogno di individuare un nemico, e quindi si è dovuto forzatamente individuare questo nemico, principalmente puntando il dito contro il dittatore iracheno Saddam.
Con il Patriot Act, che pone molte restrizioni sui visti e rende possibile il congelamento dei beni sospettati di essere diretti a terroristi, si è avuto uno spostamento veloce dell’attività finanziaria verso lidi meno costretti da regole, principalmente verso Dubai, nuovo centro finanziario islamico. Anche la Malesia attrae i capitali esteri, dopo aver rifiutato l’intervento del Fondo monetario internazionale nel pieno della crisi dei mercati asiatici e aver trasformato la finanza nazionale in un sistema alternativo a quello occidentale, ispirato alla Sharia. Un punto decisivo, infatti, è dato proprio dal modo di concepire la finanza da parte degli islamici, dove il rischio è condiviso tra banca e cliente, mentre tale principio non esiste più in occidente, dove il capitalismo mira alla massimizzazione dei profitti e a minimizzare le perdite attraverso il trasferimento e la vendita del rischio. Il punto focale è proprio il rischio, diventato ad un certo punto merce di scambio, trasferibile da banca a banca, finché non sono stati inventati contratti finanziari, come i derivati, che in sostanza avevano lo scopo ultimo di trasferire il rischio dell’investimento sugli utilizzatori finali, tenendo indenne la banca. Con questi nuovi strumenti finanziari la finanza occidentale ha creduto di poter creare denaro dal nulla o quasi, quindi, grazie anche alle aggressive politiche della Fed che concedeva denaro a tassi molto bassi rendendo conveniente indebitarsi piuttosto che produrre denaro, si è cominciato a concedere mutui a tutti, anche a chi non poteva permetterseli (i famosi mutui subprime), tanto dopo bastava rivenderli a terzi, incorporandoli casomai in strumenti finanziari incomprensibili, scaricando su terzi il rischio altissimo del mancato pagamento del mutuo.
Inizialmente le banche dei paesi islamici erano di fatto banche occidentali oppure rette da occidentali, con regole occidentali. Ad un certo punto i paesi islamici si sono voluti costruire una finanza propria, con regole islamiche. Sotto questo profilo si deve dire che la Sharia ha una base comportamentale etica, per cui le banche musulmane, controllate da comitati religiosi, non possono in alcun modo agire in modo non etico secondo la legge islamica. Principale differenza con le banche occidentali è che ogni investimento deve essere necessariamente fondato su una produzione di beni, quindi con basso rischio, laddove i paesi occidentali sono passati da tempo ad una visione completamente diversa della finanza, slegata dalla produzione di beni, e autoreferenziale. Le banche occidentali non mirano ad alcuna cooperazione col cliente, e non vogliono in alcun modo accollarsi il rischio dell’investimento, per questo sono passate dal prestito alle aziende (che vuol dire compartecipazione e condivisione del rischio) alla finanza speculativa e agli strumenti come i derivati.
Con le nuove regole del Patriot Act, cioè le restrizioni in materia finanziaria, la nascente finanza islamica trova l’opportunità di attirare enormi masse di capitali. Già aveva invaso gli stati nati dalla disgregazione dell’Unione Sovietica con la caduta del muro di Berlino, poi con l’11 settembre il volume dei titoli islamici passa da quasi zero a 45 miliardi di dollari. La finanza islamica entra quindi nel sistema finanziario mondiale, sbarcando anche a Londra con la Islamic Bank of Britain nel 2006. Gli operatori musulmani disinvestono in occidente e acquistano prodotti finanziari islamici. Dubai e la Malesia fanno la parte del leone in questa operazione. Ovviamente anche la finanza islamica crea i suoi paradisi fiscali, essendo fortissime le richieste in tal senso, essendo l’assenza di tasso d’interesse e lo spirito cooperativo compatibili con queste banche offshore. Per cui anche i soldi del crimine internazionale e nazionale, compreso i soldi dei terroristi, finiscono per transitare in parte attraverso le banche islamiche. Se prima il riciclaggio del denaro avveniva attraverso banche occidentali, per lo più americane, con la legislazione anti riciclaggio derivante dal Patriot Act, il rischio era troppo elevato, e i soldi dei criminali passano ad altre banche, europee per prime, ma anche islamiche. Ciò provoca anche uno spostamento dell’economia mondiale verso l’euro, mentre prima la moneta di scambio era il dollaro. Questo determina una notevole riduzione dei dollari circolanti nel mondo, e quindi una crisi economica degli USA. La capacità di credito di un paese è proporzionale al denaro circolante, per cui se prima gli USA erano una sorta di riserva mondiale, adesso con la riduzione dei dollari circolanti, la loro capacità si è ridotta notevolmente, con ovvie conseguenze sul mercato interno.
Paradossalmente, quindi, la legislazione nata con la guerra al terrore di Bush, ottiene l’effetto di mettere in ginocchio prima l’economia USA e poi quella mondiale, espandendo però la finanza islamica, senza però intaccare in alcun modo i canali di sovvenzionamento del terrorismo vero e proprio, in conseguenza di una scarsa cooperazione tra paesi, e dell’impossibilità di inseguire il denaro all’interno della rete delle banche offshore (il Patriot Act ha portato al blocco di soli 200 milioni di dollari, un’inezia!). Mentre la guerra contro il terrorismo fiaccava l’economia americana, nasceva un movimento islamico di liberazione dall’invasore occidentale, realizzando quindi una nuova classe commerciale e finanziaria in grado di sostituirsi a quella filo-occidentale imposta ai paesi islamici. La guerra di Bin Laden non è solo lotta contro l’invasore americano, ma anche una punizione e purificazione dei nemici dell’islam, cioè le élite corrotte che governano gran parte del mondo musulmano, arroccate dietro i loro palazzi del potere sfarzosissimi, mentre il popolo vive nella più profonda miseria. Con il Patriot Act, quando si scoprono che parte dei dirottatori dell’11 settembre erano di origini saudite, gran parte degli investitori di quel paese spostano i capitali verso i paesi islamici, in alcuni casi subendo forti perdite per i blocchi già attuati. 700 miliardi di dollari si muovono in meno di un anno, e ciò provoca la svalutazione della moneta americana e il rallentamento della crescita statunitense. Anche i consumi precipitano. Di contro l’euro diviene la moneta di scambio, valida alternativa al dollaro, ed attrae capitali, compreso soldi del riciclaggio, rivalutandosi sul dollaro fino a livelli prima impensabili. L’Europa, purtroppo, non ha una normativa uniforme contro il riciclaggio, anzi ha anche dei paradisi fiscali al suo interno, e questo favorisce lo spostamento dei capitali criminali. Addirittura i narcotrafficanti colombiani sono costretti a cercare nuove rotte, finendo per stringere alleanze con la ‘ndrangheta calabrese (tra il 2001 e il 2004 il riciclaggio di denaro in Italia aumenta di oltre il 70%). La risposta di Greenspan, il capo della Fed statunitense, è di tagliare i tassi di interesse, fornendo soldi a basso prezzo. La gente viene sollecitata a spendere e a indebitarsi, proprio grazie al credito facile. Nel frattempo il terrorismo internazionale acquisisce fondi dal traffico di stupefacenti (nel 2008 l’Afghanistan ha il 92% del mercato mondiale dell’oppio) e dei sequestri di persona principalmente realizzati in Iraq. Per combattere le due guerre, in Iraq e in Afghanistan, e in generale la guerra al terrorismo, gli USA si indebitano, e abbattono i tassi di interesse. Ma ormai il problema è diventato salvare l’economia americana dalla recessione incombente. Il Patriot Act ha fiaccato l’economia americana facendo perdere ingenti capitali. Inoltre le due guerre da combattere in Asia sono devastanti per una economia già allo stremo, e l’amministrazione Bush, aumentando la spesa militare fino al 5% del PIL, le da il colpo di grazia, il debito pubblico al 40% del PIL è ormai ingestibile. La riduzione enorme del gettito fiscale è una conseguenza di tutto ciò. A questo fosco quadro si aggiunga il levitare del prezzo del petrolio, conseguenza della paura del terrorismo più che di aumenti di consumo.
Nel frattempo il primo ministro inglese Blair pensa di far diventare Londra un paradiso fiscale, sfruttando una antica legge vittoriana che consente di spostare il domicilio, cioè la residenza fiscale, all’estero, così sottoponendo a tassazione solo i soldi che spendono a Londra. Il resto è esentasse. Questo determina uno spostamento dei super ricchi verso Londra, facendola diventare la capitale della finanza speculativa, da cui l’economia inglese ha finito per dipendere. È lì che sono nati gli strumenti speculativi, tipo i derivati, che hanno consentito ai ricchi di spostare il rischio dei loro investimenti su altre persone, e di creare ricchezza dal nulla o quasi. E la conseguenza è stata l’enorme contrazione dell’economia con la recessione: l’Inghilterra è stata la prima a nazionalizzare le banche sull’orlo del fallimento. L’effetto devastante è nato dalla bolla immobiliare, causata dalla vendita di mutui ed ipoteche anche a chi non si poteva permettere di pagarle. Il rischio del mancato pagamento era, si pensava, compensato dai bassi tassi, per cui era sufficiente prendere altro denaro in prestito per ripagare le perdite e aumentare i guadagni. Così la forte domanda provoca la bolla immobiliare che porta ingenti profitti nei bilanci delle banche, prontamente ridistribuiti tra gli azionisti: ecco i bonus miliardari ai dirigenti!
Ma i bilanci sono rimpinguati solo di soldi virtuali, perché ad un certo punto il gioco finisce, e la bolla immobiliare esplode. I mutui subprime non vengono ripagati, i tassi non possono scendere maggiormente, anzi ricominciano a salire, infine le banche si scoprono senza soldi, depauperate dai bonus miliardari pagati in contanti. La crisi è iniziata. L’esempio più eclatante è lo scandalo Madoff, il quale paga degli interessi che nessuno si potrebbe permettere, ma non grazie ad oculati investimenti, bensì solo utilizzando i soldi dei nuovi investitori che vengono attirati dal miraggio degli elevati interessi: è la classica truffa a piramide (sistema Ponzi lo chiamano), che però va avanti per anni senza che nessuno si accorga di nulla. Alla fine si è detto che erano saltati i controlli, ma in realtà è il capitalismo finanziario che, illuso di poter creare soldi dal nulla, si fa gabbare da truffatori. I moderni capitalisti, i grandi imprenditori, si comportano come sempliciotti affidando i propri soldi al primo che passa millantando interessi impossibili! Con l’esplosione del sistema dei mutui subprime i nodi cominciano a venire al pettine, e le banche si scoprono vulnerabili. Carlyle Capital ha in pancia 22 miliardi di dollari di strumenti finanziari a rischio, contro solo mezzo miliardo di capitale, e le altre banche non stanno meglio. Viene alla luce, alla fine, che i soldi non c’erano, erano solo sulla carta, numeri in un computer. L’economia finanziaria purtroppo ha preso il sopravvento sull’economia reale, poiché i bassi tassi rendevano conveniente investire in soldi, e prestarli, invece che produrre qualcosa di concreto, finanziando le aziende dell’economia reale. Le grandi aziende, quindi, per poter andare avanti si sono dovute inchinare alle richieste delle banche, che vendevano loro derivati, invece di prestare soldi. La crisi, quindi, investe anche l’economia reale! Così si arriva al fallimento dell’Islanda, causato dall’enorme indebitamento dei tre principali istituti finanziari, e dell’AIG, la maggiore società assicuratrice mondiale, per aver assicurato le banche contro il rischio del fallimento. Il mercato si ritrae su se stesso, nessuno presta più soldi, perché non si fida, e la crisi precipita.
Tutto questo, giova ricordarlo, non è una crisi del capitalismo, ma una truffa perpetrata da pochi senza scrupoli e alimentata da tanti ignoranti che ci hanno creduto, che hanno voluto credere che i soldi potessero nascere dal nulla, sganciati da una produzione di beni, senza accorgersi che il tutto era alimentato dal fluire continuo di nuovi prestiti. Si usavano i nuovi prestiti per ripagare i vecchi, finché la catena non si è interrotta. A quel punto si è visto che non c’erano soldi per ripagare tutto. I politici ci hanno convinto ad indebitarci oltre misura, a spendere senza nemmeno avere i soldi in tasca, rimandando a domani i problemi di oggi. E sostanzialmente i politici si sono avvalsi dell’arma della paura, la paura del terrorismo, la paura di perdere i nostri privilegi, il nostro tenore di vita, paventando un nemico lontano che venisse a toglierci quelle cose. Paradossalmente i terroristi non potrebbero mai fare una cosa del genere, mentre invece possono farlo, e lo hanno fatto, i nostri governanti, i politici, i banchieri, i grandi imprenditori. L’avidità, la presunzione, l’arroganza di chi ci governa, ci ha portati alla crisi mondiale in atto, non certo il terrorismo, un qualcosa che fino al 2001 non esisteva quasi, e che solo dopo è diventato un emergenza nazionale basata su notizie in parte false e in parte grandemente sovrastimate. Mentre i politici ci terrorizzavano, la finanza internazionale ci rubava i risparmi, fino all’ultimo. Questo è ciò che è accaduto realmente!
E come soluzione a questi problemi le ricette dei nostri politici sono sempre le solite: il protezionismo! Ancora una volta i politici ci terrorizzano, dando la colpa allo straniero che ci ruba il lavoro, che stupra le nostre donne, che ci entra in casa, questo mentre lo stesso politico ci mette le mani nelle tasche per sottrarci i pochi risparmi che ancora non era riuscito a rapinarci, e soprattutto per sviare la nostra mente dalla vera causa della crisi. Ci dicono che la colpa è dello straniero perché noi non dobbiamo pensare che la colpa è invece dei nostri governanti. Chi perde il lavoro ha paura, vuole essere rassicurato. Se non gli si può dare un lavoro, perché le aziende sono fallite, almeno gli si può dire che il suo lavoro non andrà ad uno straniero. In realtà il protezionismo è sempre stato un danno per l’economia. In tutti i periodi di economia protezionista si sono avute riduzioni commerciali del 40% circa, con punte elevatissime di disoccupazione. Così l’occidente si chiude a riccio, mentre la finanza islamica, ideologicamente contraria alla chiusura dei mercati, continua a crescere sottraendo spazi agli occidentali. La paura del diverso genera violenza, i giovani principalmente si rifugiano nel branco, che è la risposta alle nuove paure. E così la violenza è l’approdo finale di questa crisi. Circa un secolo fa il mondo era in una situazione analoga: crisi mondiale, crollo di Wall Street, innalzamento delle barriere doganali, depressione. La conseguenza fu il nazismo e la seconda guerra mondiale. Sappiamo bene come è finita.