HotfilePoiché siamo ormai alle ultime battute prima dell’approvazione definitiva della delibera AgCom, per la quale i termini della consultazione pubblica sono scaduti il 15 di settembre, conviene mantenersi concentrati sui problemi sottesi a tale regolamentazione ed in particolare sui suoi rischi.
Al di là delle tante cose già dette in merito, un aspetto spesso trascurato riguarda l’esigenza di far comprendere che la privatizzazione della tutela delle grandi aziende, in relazione ai loro diritti d’autore, può facilmente portare ad abusi.
Il punto da tenere presente è che se una grande azienda riscontra la presenza in rete di contenuti in violazione dei propri diritti, sulla base delle norme poste dalla delibera AgCom l’azienda potrà chiedere direttamente al gestore del sito, che generalmente è persona diversa da chi ha caricato il contenuto, la rimozione di quel contenuto. Al di là delle belle parole la procedura prevista dalla delibera AgCom sostanzialmente si completerà nella maggior parte dei casi nella fase precedente l’avvio del procedimento dinanzi all’autorità amministrativa, quindi con rimozione diretta da parte del gestore. Quindi, di fatto ci si avvia verso la privatizzazione della tutela dei diritti d’autore. La domanda è: cosa accade se l’azienda chiede la rimozione di contenuti che non violano alcun suo diritto?

Il dubbio è lecito, e c’è da prendere in considerazione la possibilità di abusi, visto che è già accaduto in passato. In tal senso conviene prendere a paradigma gli Usa, la cui procedura è piuttosto simile a quella prevista dall’AgCom, forse anche più garantista.
È solo di qualche giorno fa, infatti, la notizia che Hotfile, un noto portale di file hosting, ha citato in giudizio la Warner Brothers per “frode” e abuso di antipirateria.
Precedentemente alcuni produttori di contenuti avevano avviato un’azione contro Hotfile, ottenendo alla fine una ingiunzione con la quale si imponeva ad Hotfile di comunicare i dati disponibili riguardanti gli utenti che violavano i diritti d’autore, anche se nel contempo veniva stabilito che Hotfile, quale provider, non era responsabile per violazione diretta del copyright.
Hotfile ha programmato una procedura privilegiata per la Warner e per le altre grandi aziende produttrici di contenuti, cosicché queste avessero un strumento semplificato per la rimozione di contenuti che violano i loro diritti (come accade in YouTube, per intenderci).
E qui veniamo al fulcro della vicenda, secondo l’accusa di Hotfile la Warner avrebbe abusato di questi strumenti, rimuovendo file che non violavano alcuno dei suoi diritti, e addirittura, sempre secondo l’accusa di Hotfile, avrebbe rimosso software Open Source e titoli di pubblico dominio, per i quali, ovviamente, non è possibile in alcun modo che la Warner avanzasse dei diritti.
Ma non solo, la Warner avrebbe anche rimosso contenuti la cui titolarità spettava ad altre aziende, come “The Box that Saved Britain”, titolo della BBC e non della Warner, ed anche libri di medicina alternativa (perché avevano “the box” nel titolo).

Quindi, l’accusa è che la Warner sarebbe andata ben oltre i suoi diritti, da ciò l’accusa di abuso.
Secondo la legislazione americana (DMCA), il titolare dei diritti che inoltra una richiesta di rimozione di contenuti deve certificare sotto pena di “spergiuro” che il titolare del copyright è in buona fede ed è effettivamente titolare dei diritti violati, mentre nei casi elencati da Hotfile la Warner avrebbe rimosso titoli di altre aziende o addirittura opere liberamente distribuibili perché aventi licenze libere.

Ovvia, a questo punto, la citazione in giudizio con allegata richiesta per danni nei confronti della Warner, più precisamente si tratta di una domanda riconvenzionale presentata nella causa indicata sopra.
La causa in questione si presenta piuttosto agguerrita, viste le accuse molto pesanti dell’hosting. In particolare Hotfile asserisce che le rimozioni di contenuti da parte della Warner erano consapevoli e volontarie, e non meri errori, prima di tutto perché si è trattato di oltre 100 contenuti rimossi, e poi perché Hotfile pare abbia avvertito Warner degli “errori” commessi, ma la major ha comunque proseguito nella sua opera di rimozione.
Per capire come sono andate le cose, e la superficialità delle azioni della Warner, Hotfile cita il caso del film “The Box”. Per rimuovere copie illegali del film la Warner avrebbe rimosso tantissimi file che semplicemente contenevano le parole “the box” nel nome (come “The Box that Saved Britain”), senza alcune effettiva verifica del contenuto del file (risulta dai log che la Warner spesso non scaricava nemmeno i file per controllarne il contenuto).
Warner ovviamente si difende sostenendo che l’errore (i tanti errori) sarebbe dovuto ad un bug di programmazione dello script di rimozione dei contenuti, lo script della Warner ovviamente non il tool di Hotfile, cosa che in fin dei conti starebbe a dimostrare come sia effettivamente impossibile controllare tutti i contenuti inseriti online, argomento principe della difesa di ogni servizio di hosting.
Ma il punto è un altro, e cioè che la Warner nella procedura di rimozione dichiara, sotto pena di “spergiuro” di essere la titolare dei diritti del contenuto da rimuovere. Si tratti di un errore o di mancata verifica, oppure di un bug dello script, Warner avrebbe comunque commesso un grave illecito!

Ma le sorprese non finiscono qui. Dagli atti si apprende che Warner avrebbe proposto un accordo commerciale ad Hofile, in base al quale dopo ogni rimozione al posto del contenuto illecito si sarebbe inserito un link ai negozi Warner dove poter acquistare prodotti originali. È evidente che più takedown provocava Warner, più link ai propri negozi poteva introdurre in Hotfile, in tal modo aveva tutto da guadagnare a rimuovere quanti più contenuti possibili. Quindi, oltre alla violazione della normativa DMCA in materia di diritto d’autore, Hotfile accusa la Warner anche di interferenza illecita nei rapporti commerciali.
È evidente l’importanza del caso, non solo per Hotfile, ma anche per gli altri gestori di portali di hosting, ma anche, in fin dei conti, per gli stessi utenti. Pensate ad un artista emergente che non ha soldi per potersi trovare un agente, e quindi decide di vendere i propri cd online, inserendo i file in un portale di hosting, commettendo però l’errore di dare al cd un nome tipo: “out of the box”. Chi lo risarcirà perché non ha potuto più vendere online il suo cd rimosso dalla Warner?

Adesso la causa continuerà, sia relativamente all’azione delle cinque major contro Hotfile per violazione indiretta del diritto d’autore, e probabilmente anche per l’accusa contro Warner, in ogni caso questo nuovo elemento introdotto nella procedura rende senza dubbio più difficile far ritenere che i cattivi siano solo da una parte, e sicuramente la Warner non potrà più ostentare una qualche superiorità morale!