Il 27 gennaio 2017 il Center for Copyright Information ha annunciato la chiusura del programma Copyright Alert System, programma di educazione e coinvolgimento per i consumatori, anche detto “six strikes” dal numero degli avvertimenti previsti. 
Si tratta di un accordo privato tra i principali fornitori di servizi Internet (ISP) e le società di comunicazione e di intrattenimento, con il sostegno del governo.È nato nel 2011 ma è stato attuato a partire dal 2013.

Il programma nasceva, ovviamente, per contrastare la pirateria online tramite accordi volontari tra aziende, piuttosto che a mezzo di nuove leggi del Congresso. Si basava sull’idea che molto utenti non sanno che scaricare contenuti sui quali insistono diritti d’autore è vietato dalle leggi. 
I titolari dei diritti monitoravano le reti peer-to-peer e, in caso di violazione, la comunicavano al provider che avrebbe avvertito l’utente con un messaggio di avviso. Gli avvisi previsti erano sei, a partire da avvisi educativi, fino agli avvisi di mitigazione (5 e 6) che potevano comportare la limitazione della velocità di navigazione in rete, oppure l’obbligo di visualizzare materiale didattico. 
Non era prevista una disconnessione dalla rete, ma le conseguenze potevano essere ugualmente importanti. 
Inoltre, l’utente aveva la possibilità di impugnare il provvedimento limitativo, o addirittura portare dinanzi ad un giudice il suo fornitore di connettività, anche se tale opzione era costosa e limitata.
Trattandosi di un accordo tra aziende, era nato senza ascoltare i cittadini e le associazioni per i diritti civili, e con poca attenzione ai diritti degli utenti.

Nell’annuncio si precisa che il programma sarebbe riuscito ad educare molte persone sulla necessità di servirsi di contenuti legali.
Ma, in realtà, un consigliere dell’MPAA ha indicato nella incapacità di fermare i trasgressori recidivi un possibile motivo per la chiusura del programma. Secondo Steven Fabrizio, infatti, il sistema non è stato impostato per affrontare il problema dei recidivi, per i quali occorrono altre misure.
L’analisi dei rapporti, infatti, ha evidenziato che l’impatto del programma sarebbe stato minore di quanto ci si aspettava, favorendo per lo più il passaggio a diversi sistemi di scaricamento illegale e addirittura a connessioni tramite servizi di anonimato. Non dimentichiamo, infine, l’elevato costo del servizio, stimato in circa 2 milioni l’anno.
Inoltre, oggi la maggior parte dei contenuti piratati si trova sui siti di streaming, più che sulle reti P2P.

Nell’annuncio si precisa altresì che le parti contraenti rimangono comunque focalizzate sulla necessità di accordi volontari per risolvere il problema della pirateria. Appare evidente che se questo accordo si è concluso, in futuro ci saranno novità in materia.