Copyright anche sull'insalata?Un appassionato di botanica realizza un video sulla coltivazione dell'insalata, e poi lo immette su YouTube. Nel video, oltre alla voce dell'utente non c'è alcuna musica, solo il cinguettio di uccelli di passaggio e rumori di fondo. Quindi nessun contenuto per il quale potrebbe essere rivendicato il copyright, eppure la società RumbleFish ha sostenuto che quel video violasse i suoi diritti d'autore.
Rumblefish ha utilizzato gli strumenti messi a disposizione da Google, cioè ContentID, per dichiarare la sua titolarità sulla musica (sì, proprio sulla musica che non c'è!) presente nel video, e ha deciso di monetizzare il video, inserendo dei banner.
Rumblefish prende soldi dalla pubblicità, pescando nell'orto di qualcun altro!

L'autore del video, ovviamente stupefatto, replica alla comunicazione di YouTube e dichiara a sua volta che i contenuti immessi sono di sua esclusiva titolarità e che non c'è alcuna violazione del copyright. Il giorno dopo il suo reclamo viene respinto con questo messaggio:
"All content owners have reviewed your video and confirmed their claims to some or all of its content:
Entity: rumblefish Content Type: Musical Composition"

Ecco cosa succede a privatizzare la tutela del copyright in rete, affidando alle aziende e non ai giudici la decisione su cosa è lecito o illecito.

Il sistema di identificazione dei contenuti (ContentID) di YouTube è stato realizzato allo scopo di aiutare i detentori del copyright a gestire l'enorme numero di video immessi in rete. I detentori dei diritti devono fornire copia dei loro video o audio per l'analisi, e poi ContentID effettua una comparazione automatizzata con i video immessi dagli utenti al fine di scoprire eventuali video nei quali sono presenti contenuti soggetti a copyright. Se viene trovata una corrispondenza, il titolare può scegliere se bloccare il video oppure monetizzarlo inserendo banner pubblicitari.
Solo pochi soggetti sono accettati all'interno del sistema ContentID, e sono ovviamente i produttori di contenuti che possono reclamare un contenuto dichiarando che i diritti su di esso gli appartengono.
Si tratta solo di una asserzione, le aziende non provano affatto di essere titolari del diritto, innanzitutto perché Google non sarebbe probabilmente in grado di distinguere i casi (il copyright è piuttosto complesso, e quando entrano in gioco le eccezioni al copyright -fair use- la valutazione sull'illiceità o meno diventa molto complessa al punto che solitamente è demandata a giudici specializzati), ma anche perché forse non ci sarebbe il tempo per gestire le tantissime richieste che pervengono.
Quindi un'azienda reclama un contenuto come proprio, e può scegliere se eliminare il video da YouTube, oppure se inserire degli annunci pubblicitari facendo proprio i guadagni.

Il soggetto che ha immesso il contenuto viene avvertito della dichiarazione del titolare dei diritti, e ha la possibilità di presentare a YouTube un reclamo che viene girato all'azienda, la quale ricontrolla il video e decide sa ha ragione oppure torto. Se l'azienda ritiene di non aver sbagliato nel reclamare i diritti sul video in questione, allora la procedura si chiude senza consentire ulteriori possibilità di reclamo all'uploader, e il video rimane bloccato oppure monetizzato dall'azienda.
Insomma, l'azienda produttrice di contenuti che ha asserito e non provato di essere titolare dei diritti su un determinato video, nella procedura prevista da YouTube a mezzo di ContentID è nel contempo giudice, giuria, ed esecutore della sua stessa decisione. Appunto: privatizzazione della giustizia!

Negli ultimi anni si è avuto un aumento esponenziale delle richieste di rimozione di contenuti online per presunta violazione dei diritti, e la quasi totalità di queste richieste si concludono con una procedura a due, tra il titolare dei diritti e l'intermediario. In genere è prevista una qualche forma di reclamo da parte dell'uploader, come in ContentID, ma dalla vicenda narrata, simile purtroppo a tante altre, evinciamo che sono troppi gli abusi.
Sono tanti i casi nei quali un'azienda fa rimuovere un contenuto anche se non viola i suoi diritti, sono tanti i casi nei quali il contenuto rimosso è di esclusiva titolarità dell'uploader, oppure è di pubblico dominio, oppure è lecito in base alle norme sul fair use. Eppure sono anni che si va avanti in questo modo, con una procedura che favorisce gli abusi. Tanto l'azienda che rimuove il contenuto, per errore dicono loro, non paga mai, e questo perché si sostiene che finché la rimozione avviene per opera di ContentID (e non a seguito di notifica DMCA), l'azienda è immune da condanne.

La monetizzazione, l'opzione più usata, è un vantaggio enorme per i detentori del copyright, in quanto non solo consente loro di usufruire gratuitamente di una vetrina vantaggiosissima, come YouTube, ma soprattutto gli consente di beneficiare del riuso creativo del loro lavoro, anche quando quel riuso è del tutto legittimo sulla base dell'istituto del fair use (nel qual caso non avrebbero in teoria diritto a compensi, pensiamo ai video di satira o parodia). Proprio per questo motivo si è avuto un drammatico aumento dell'abuso di ContentID, e si sono moltiplicati i casi nei quali aziende hanno reclamato come propri contenuti con i quali non avevano nulla a che fare.

E purtroppo gli abusi sono favoriti dallo stesso YouTube, perché la procedura di contestazione ad un certo punto si blocca favorendo l'azienda e danneggiando l'utente, e perché fornisce una scusa alle aziende per non attivare una formale contestazione ai sensi del DMCA. Il DMCA, la normativa Usa che regola il copyright e la sua tutela in rete, prevede che, dopo il reclamo dell'utente, se l'azienda non presenta una formale denuncia ai sensi del DMCA il video deve tornare online.
Invece, nonostante differenti asserzioni sul punto, vediamo che al reclamo dell'utente risponde sempre YouTube, ovviamente basandosi su quanto asserisce l'azienda. Cioè se l'azienda conferma di avere ragione (!!) tutto finisce lì. È l'azienda privata che funge, quindi, da giudice.

La procedura prevista dal DMCA in realtà non piace affatto alle aziende, perché in presenza di una notifica formale, se alla fine risulta che l'azienda ha sostenuto il falso, dicendo che quel contenuto era nella sua titolarità, l'azienda può subire una condanna per danni fino a 150.000 dollari. Questa possibilità è stata inserita proprio per scoraggiare gli abusi.
Ma allo stato attuale, la procedura prevista dal DMCA spesso non viene attivata in quanto tutto si conclude tra le parti forti, l'intermediario e l'azienda, non lasciando alcuna possibilità all'utente.
Ed è per questo specifico motivo che YouTube ha finalmente deciso di modificare la procedura prevista per la tutela del copyright, prevedendo appunto che la procedura si svolga come stabilito dal DMCA. Cioè i detentori del copyright che desiderano mantenere un video bloccato (o monetizzare il video) se l'uploader contesta la decisione devono necessariamente presentare una diffida ai sensi del DMCA. In tale caso se l'uploader contesta anche questa diffida, il video torna online entro 10 giorni. Il detentore del copyright potrà poi agire in giudizio.

Probabilmente questo passo si è reso necessario perché i legali di Google si sono resi conto che l'aumento degli abusi del copyright poteva costargli caro, in quanto se un utente un giorno avesse proposto una azione legale dinanzi ad un tribunale e avesse provato che la rimozione di un contenuto fosse stata basata su una falsa dichiarazione da parte di un produttore, poiché YouTube con il suo sistema, ContentID, consente deliberatamente questa forma di abuso, rifiutando, nonostante molte proteste di risolvere il problema , alla fine YouTube avrebbe potuto essere ritenuto responsabile di violazione secondaria del copyright (induzione alla violazione del copyright).
In sintesi nel momento in cui le rivendicazioni ricadono al di fuori del DMCA (quindi all'interno del sistema ContentID), YouTube potrebbe perdere la protezione prevista per gli intermediari dal DMCA stesso (il cosiddetto safe harbor), e finirebbe per essere responsabile di ciò che accade suoi suoi server, in particolare la rimozione di contenuti per false dichiarazioni di copyright.
Del resto è ovvio, se è l'utente a detenere il copyright del video, e questo viene rimosso da un'azienda grazie al sistema predisposto da YouTube, vi è una evidente violazione del copyright, di quello dell'utente però. Del quale evidentemente finora nessuno si era preoccupato più di tanto.

Nel caso specifico, dopo che la protesta dell'autore del video è stata ripresa da molti siti web, il Ceo di Rumblefish ha ammesso che c'è stato un errore (dalle sue risposte di evince che è l'azienda a valutare il reclamo dell'utente), e i banner sul video sono stati rimossi. Ma il problema rimane. È giusto che per tutelare i diritti delle aziende si debba accettare la violazione dei diritti dei privati cittadini?
Questi sono i rischi che si corrono nel momento in cui si vuole percorrere la strada della privatizzazione della tutela del copyright. Prima di imbarcarci in un'altra ACTA, SOPA o delibera AgCom, sarebbe il caso di rifletterci bene.