Corte Suprema UsaImmagina di non poter vendere la casa di tua proprietà, regolarmente acquistata, solo perché gli infissi made in China recano un logo coperto da copyright. Questo è in estrema sintesi il caso che la Corte Suprema degli Usa sta esaminando in questi giorni, e che potrebbe rivelarsi davvero importantissimo non solo per gli americani, ma anche per il resto del mondo, data la nota tendenza degli Usa a pretendere l'estensione delle loro regole agli altri Stati.
Il caso è Kirtsaeng contro John Wiley & Sons Inc e riguarda l'importazione di beni prodotti al di fuori degli Stati Uniti. Un cittadino thailandese, studente negli Usa, per sovvenzionare le spese degli studi ha pensato di acquistare libri nel suo paese di origine e poi rivenderli negli Usa. Si tratta di quello che solitamente viene definito come "mercato grigio", ed è un modo di sfruttare la differenza di prezzo tra i libri venduti in diversi paesi. Il profitto di Supap Kirtsaeng è stato dell'ordine di 100mila dollari, ma quando l'editore Wiley è venuto a conoscenza della vicenda, ha portato lo studente thailandese dinanzi ad una Corte distrettuale che ha condannato Kirtsaeng al pagamento di 600mila dollari per violazione dei diritti dell'editore.
Adesso della questione se ne occupa la Corte Suprema.

La controversia verte sull'interpretazione di tre disposizioni del Copyright Act.
La sezione 106 garantisce ai titolari dei diritti il diritto esclusivo di distribuire copie di qualsiasi opera protetta attraverso la vendita al pubblico. La sezione 602 prevede che l'importazione negli Usa, senza l'autorizzazione del titolare dei diritti d'autore di un'opera acquistata al di fuori degli Stati Uniti è una violazione del diritto esclusivo di distribuire copie. Infine, la sezione 109 dispone che, fatte salve le disposizioni della sezione 106, il proprietario di una copia lecitamente resa ai sensi del presente titolo ("lawfully made under this title") ha il diritto di venderla senza la necessità di autorizzazione del titolare.

Sinteticamente il nocciolo della questione sta nello stabilire se i libri prodotti al di fuori degli Usa sono "lawfully made under this title". Ovviamente Kirtsaeng sostiene di sì, perché prodotti in base ad una licenza dell'editore Wiley nella sua filiale asiatica, nel qual caso la sezione 109 consentirebbe a Kirtsaeng di rivenderli negli Usa dopo averli legittimamente acquistati in Thailandia. Invece Wiley afferma di no, perché il Copyright Act non si applica in Asia.
Elemento nodale del caso è la first sale doctrine (dottrina della prima vendita), ovvero il principio di esaurimento del diritto d'autore, la quale stabilisce che il titolare del copyright può controllare solo la prima vendita, che esaurisce (da cui principio di esaurimento) il diritto d'autore in relazione a tale copia. Quindi permette all'acquirente di trasferire, a titolo oneroso o gratuito, un prodotto soggetto a proprietà intellettuale, senza necessità di ottenere il consenso del titolare e purché il venditore non ne faccia copie aggiuntive.

Questo principio è la principale limitazione, insieme al fair use (o libera utilizzazione), del diritto di proprietà intellettuale (o copyright), una delle valvole di sicurezza tradizionali che consentono un corretto bilanciamento tra i diritti dei titolari e il pubblico interesse alla diffusione della cultura.
Il principio di esaurimento è riconosciuto in tutti gli Stati che presentano una protezione per la proprietà intellettuale. In base a tale diritto nell'Unione europea il titolare non può opporsi all'importazione e alla commercializzazione di prodotti che sono stati messi in commercio nello Stato di esportazione da lui stesso o con il suo consenso da persona a lui legata da vincoli di dipendenza giuridica od economica. Tale diritto è posto per evitare che il titolare, attraverso la costituzione di diritti paralleli nei diversi Stati membri, possa compartimentare i mercati e impedire la circolazione dei prodotti all'interno del territorio dell'Unione europea.
Di recente la Corte di Giustizia europea ha chiarito che tale diritto si applica anche alle opere digitali.

Il cosiddetto mercato grigio nasce dall'esistenza di differenze di prezzo, anche piuttosto marcate, tra i vari Stati. Ad esempio in Asia un certo libro è prodotto con materiale di qualità inferiore, e comunque per andare incontro all'esigenza del mercato locale i prezzi sono più bassi rispetto a quelli dello stesso prodotto negli Usa. Ciò consente di acquistare prodotti al di fuori degli Usa e poi rivenderli negli Usa a prezzi più bassi rispetto all'analogo prodotto confezionato negli Stati Uniti.
Già nel 1998 la Corte Suprema americana si è occupata del problema del mercato grigio, sancendo che la first sale doctrine si applica alle importazioni negli Usa di opere coperte da copyright. Pur tuttavia si trattava di un caso di beni prodotti in America, poi portati all'estero e poi importati di nuovo.
Quindi rimane aperta la questione se i beni prodotti al di fuori degli Usa (e oggi sono la gran parte dei beni) siano "legalmente previsti" dalla sezione 106, nel quale caso ad essi non si applica la first sale doctrine.
In tal modo i titolari dei diritti potrebbero pretendere compensi per ogni ulteriore seguito di un bene prodotto al di fuori degli Usa ed importato. Per cui la vendita di libri, film, musica, ma non solo, tutti i beni che sono soggetti a proprietà intellettuale, se prodotti al di fuori degli Usa e poi importati, nonostante l'acquisto di fatto non sarebbero di proprietà del compratore, perché egli dovrebbe ottenere l'autorizzazione del titolare per ogni ulteriore trasferimento, prestito, ecc...
Ciò consentirebbe, innanzitutto, ai titolari del copyright, di compartimentare i mercati, e applicare prezzi differenti per ogni Stato, potendo così, nonostante una economia globalizzata, mantenere prezzi elevati per le versioni nazionali delle opere.

La questione anche se piuttosto tecnica è davvero importante, al punto che molti si sono schierati. Gli editori e i detentori del copyright, compreso le associazioni di categoria come l'MPAA, si sono posti al fianco di Wiley, le associazioni di consumatori, invece, spalleggiano lo studente thailandese.

Per quanto riguarda la tesi degli editori, c'è da rimarcare che la questione non è vista tanto come un problema di semplice copyright, quanto di arbitraggio internazionale.
Lo studente thailandese non è uno che acquista libri per uso personale, ma per rivenderli ad altri studenti, sfruttando la differenza di prezzo creata dalle tariffe di importazione nei vari paesi. Cioè una sorta di concorrenza sleale in ambito commerciale.
In effetti, però, l'anormalità sta nei privilegi che l'industria del copyright ha rispetto al resto delle economie, le quali non possono istituire delle tariffe protezionistiche all'importazione dei beni. Non si comprende perché i titolari del copyright debbano poter compartimentare un mercato globale e spezzettarlo in tanti piccoli mercati locali, imponendo regole diverse ad ognuno di essi. In fondo tutte le aziende ormai lottano in un unico grande mercato globale. Inoltre consentire alle aziende del copyright il controllo dei beni anche dopo la vendita, vorrebbe dire imporre una remunerazione infinita per ogni singolo bene.
Se passasse la tesi degli editori, sarebbe anche un incentivo per l'industria del copyright a trasferire la produzione all'estero, perché in tal modo i loro diritti non si esaurirebbero mai, ed esse potrebbero controllare ogni ulteriore trasferimento della copia del bene, impedendone la rivendita.
Incidentalmente facciamo notare che l'uso di controllate estere alle quali trasferire la proprietà intellettuale di beni è pratica aziendale comune al fine di ridurre il costo delle tasse, tramite il meccanismo del transfer pricing.

In realtà c'è un altro punto da non trascurare, e che all'industria non piace molto. Cioè, se passasse la tesi in base alla quale la first sale doctrine non si applica ai beni prodotti al di fuori degli Usa, questo accadrebbe perché a quei beni non sarebbe applicabile l'intero Copyright Act. Con tutte le conseguenze del caso!

Le problematiche da affrontare sono svariate, e una decisione che accolga le richieste degli editori potrebbe davvero modificare il concetto di proprietà. Non si tratta solo di discutere della rivendita dei libri, ma delle limitazioni relative a tutti i beni prodotti al di fuori di un paese (pensiamo che la ormai tantissimi beni provengono dall'Asia) sui quali insiste un diritto d'autore. L'impressione è che l'industria del copyright stia cercando continuamente di alzare l'asticella a suo favore. Il prossimo passo sarà di impedire il riciclo di beni dai rifiuti per violazione del copyright?
Non resta che attendere la decisione della Corte Suprema.

AGGIORNAMENTO:
Il 19 marzo del 2013 la Corte Suprema USA ha dato ragione allo studente thailandese Kirtsaeng, sostenendo che la first sale doctrine si applica ai beni prodotti fuori dagli Usa e che la protezione e le eccezioni del Copyright Act non soffrono limiti geografici. Una limitazione geografica avrebbe, invece, concesso al titolare dei diritti il controllo permanente della catena di distribuzione americana per le copie stampate all'estero, ma non di quelle stampate negli Usa.
L'ovvia conseguenza, pratica, è che i consumatori americani possono acquistare prodotti protetti da copyright in tutto il mondo.