No freeIn special modo quando si tratta di internet e delle sue regolamentazioni, ciò che accade negli Usa ha sempre una qualche conseguenza diretta od indiretta negli altri paesi. Ecco perché risulta interessante, ed indicativo, quando accaduto solo pochi giorni fa. 

Premesso che circa un anno fa Google annunciò sul suo blog ufficiale di volersi impegnare al fine di migliorare la tutela dei diritti degli autori nell’ambito digitale, il 19 dicembre scorso la Riaa ha pubblicato un rapporto con le sue particolari valutazione sull’impegno di Big G. Leggendo tale rapporto pare proprio che Google sia stata “bocciata” in antipirateria! 
 

Scendendo nei dettagli del rapporto, la promessa di Google di migliorare le procedure per la tutela dei detentori dei diritti non sarebbe stata mantenuta. Secondo la Riaa, infatti, Google continuerebbe a ricevere benefici finanziari da siti ed applicazioni che esercitano la pirateria, e addirittura ostacolerebbe gli sforzi dei detentori per proteggere i propri diritti, in contrasto con le norme previste dal DMCA, la legge statunitense che disciplina il copyright . Il rapporto continua stigmatizzando la circostanza che Google avrebbe investito “solo” 60 milioni di dollari per la prevenzione delle violazioni online, mentre ben 28 miliardi di dollari li avrebbe ricavati dalla pubblicità online. 

Argomentazioni piuttosto interessanti, peccato che non tengono conto del fatto che non spetta a Google stabilire chi commette un illecito o meno, ed anche che Google riceverebbe benefici finanziari da siti che commettono illeciti è del tutto inconferente, perché non spetta né a Google né alla Riaa stabilire l’illiceità di una attività. Google, sulla base del DMCA, mette a disposizione degli strumenti che consentono ai detentori dei diritti di segnalare “presunti” illeciti, e quindi, sulla base degli accordi contrattuali con gli utenti (accordi che prevedono espressamente la riserva per Google di rimuovere contenuti ritenuti in violazione del contratto), Google rimuove (takedown) tali file o link, ma, è qui sta il punto focale, quei contenuti non possono essere ritenuti illeciti sulla base delle mere valutazioni dei detentori dei diritti, per cui non si capisce in base a quale criterio si accusa Google di ricavare benefici finanziari per illeciti che sono solo ancora “presunti”. Inoltre, viene da chiedersi per quale motivo Google dovrebbe investire dei soldi per tutelare dei diritti che fanno capo ad altri soggetti, in tutti i paesi democratici è il soggetto leso che avvia le azioni per la tutela dei suoi diritti, anticipandone le spese, oppure se ne fa carico lo Stato. 

Ancora, Google aveva promesso di rispondere alle richieste di rimozione dei contenuti per violazione del copyright in 24 ore, ma anche qui la Riaa boccia il risultato. Secondo la rappresentante dell’industria discografica, ancora parecchio lavoro deve essere fatto in questa prospettiva. Considerando che Mountain View fornisce risposte in nanosecondi, la Riaa pretenderebbe rimozioni molto più veloci, anche qui accusando Big G di ricevere benefici finanziari per tutta la fase precedente alla rimozione del contenuto presunto illecito. Il punto è che Google pretenderebbe fax e comunicazioni più dettagliate, quindi più tempo perso, da parte dei titolari dei diritti, mentre nel frattempo, precisa il rapporto, permette agli utenti di impugnare la rimozione dei contenuti con il semplice riempimento di un modulo online, quindi un paio di clic e pochi secondi.
Ovviamente la Riaa precisa, molto generosamente, che è d’accordo sulla necessità che gli utenti possano impugnare le rimozioni (bontà loro!), ma si indispettisce del fatto che i titolari dei contenuti vengono avvertiti che le loro richieste di rimozione, se basata su falsi assunti, verranno sanzionate, ma non tratta allo stesso modo gli utenti. Ed inoltre, pensate quanto sono impertinenti questi di Google, non consentono illimitate richieste di rimozione dei contenuti ai detentori dei diritti. 

Anche qui la Riaa va con le sue pretese un po’ oltre quanto previsto dalle norme in materia. Innanzitutto è il già citato DMCA che prevede l’obbligo di una identificazione del titolare dei contenuti che presenta una richiesta di rimozione, da cui la necessità di comunicazioni più dettagliate, che quindi necessitano di più tempo per essere valutate. Inoltre, sempre il DMCA prevede la facoltà per gli utenti i cui contenuti siano stati rimossi, di impugnare senza formalità la rimozione, del resto non avrebbe senso imporre ulteriori dettagli, in quanto ciò che rileva è l’identificazione dell’utente quale titolare dell’account fatto oggetto di rimozione. Ed è sempre il DMCA che prevede sanzioni per i detentori dei diritti che effettuano false comunicazioni, ad esempio sostenendo di essere titolari di diritti che in realtà non fanno capo a loro, e questo per impedire eventuali abusi. 

Insomma, la Riaa si duole delle prescrizioni di quello stesso DMCA che viene richiamato quando gli fa comodo, ma dimenticato quando diventa troppo garantista.
Interessante, comunque, è la richiesta di procedere a rimozioni in tempi più celeri, laddove per la Riaa già 24 ore sono ritenute eccessive. Considerando che qui entrano in gioco diritti e libertà dei cittadini, quali la libertà di espressione, ci pare evidente che procedure sommarie e rapidissime rimozioni (nanosecondi?) potrebbero essere demandate solo a dei software automatici (come in realtà spesso accade) che ovviamente non possono in alcun modo garantire un corretto rispetto delle leggi in materia, ed un equo contemperamento delle esigenze delle parti in causa. Quale software sarebbe in grado, ad esempio, di valutare se si è in presenza di una utilizzazione libera (fair use) di un contenuto? Evidentemente il fair use, previsto dalla legge, per la Riaa non ha alcuna importanza! 

Ma, di seguito il rapporto raggiunge vette inenarrabili, quando, nel contestare la promessa di Google di impedire l’accostamento, tramite la funzione di autocompletamento del motore di ricerca, tra termini connessi con la pirateria, la Riaa si lamenta del fatto che, ad esempio, nel digitare la ricerca “Lady Gaga mp3”, viene suggerito il termine “free” (“gratis” per l’italiano). Secondo il rapporto, infatti, “lady gaga mp3 free” e “lady gaga mp3 download” porterebbe a siti illegali (“lead to illegal sites”)! 

Orbene, tanto per fare un esempio uno dei primi siti suggeriti dal motore di ricerca di Google per “lady gaga mp3 gratis” è PlayMe, progetto di Dada del tutto legale che consente il download gratuito, ma non solo, di brani di artisti, tra i quali anche la nota cantante americana. E, se non bastasse una semplice osservazioni pratica a smentire le insinuazioni della Riaa (chissà cosa penserà Dada per la definizione di “illegal” del suo servizio!), ricordiamo che ci sono molti artisti i quali, per motivi vari, anche pubblicitari, distribuiscono alcuni brani gratuitamente sul web, tra i quali la stessa Lady Gaga. Non si comprende, quindi, per quale motivo il motore di ricerca di Google dovrebbe impedire un accostamento tra i termini indicati, come se “free” o “gratis” fossero illegali! 


In questo specifico punto del raporto Riaa, quindi, si rivela perfettamente che la richiesta di maggiore attenzione ai diritti degli artisti (delle multinazionali casomai!), e di maggiore celerità nelle rimozioni, in realtà non è altro che una ingiunzione a non curarsi dei diritti e degli interessi degli utenti, compreso quello di scaricare canzoni gratuitamente se l’artista così preferisce. Insomma, la Riaa boccia Google perché il suo motore di ricerca non si comporta come fa comodo alla collecting society statunitense, e stigmatizza il fatto che a Mountain View non accolgono i suggerimenti della Riaa su come l’algoritmo di Google debba funzionare. E poi si parla di concorrenza ed innovazione….

Ma, ci chiediamo, se proprio alla Riaa non piace Google, perché non creano un motore di ricerca a loro uso e consumo? Sarebbe interessante osservare quante persone useranno un motore che alla ricerca del termine “free” ci avverte che stiamo cercando contenuti illegali!