Il decreto di riforma della normativa sulle intercettazioni è stato già approvato alla Camera, ed è approdato in Senato. Si tratta di una legge molto discussa, se ne è parlato sia sui giornali che in televisione. In realtà di riforma delle intercettazioni già se ne parla da tempo, e questa proposta parte da lontano, anche se ha subito delle modifiche prima di approdare al Parlamento.

Innanzitutto si prevede il dovere di astensione e il conseguente obbligo di sostituzione del magistrato che si vede iscritto nel registro di reato a seguito della denuncia da parte di una delle persone che egli ha posto sotto indagine, per cui sarebbe possibile per gli indagati, denunciando il pubblico ministero che indaga su di loro, ottenerne la sostituzione. Un PM non gradito potrebbe essere facilmente evitato.
Mentre prima erano richiesti “gravi indizi di reato”, con la riforma per poter intercettare sono richiesti “evidenti indizi di colpevolezza”, che vuol dire che non è possibile intercettare se non si hanno elementi che già indicano il colpevole del reato. Una cosa è sospettare che sia stato commesso un omicidio, un’altra è avere concreti indizi su chi ha premuto il grilletto. Quindi, se non hai elementi che ti indichino un colpevole, il pubblico ministero non può ottenere l’autorizzazione ad intercettare, per cui nei processi a carico di ignoti questo mezzo di prova non sarà applicabile. Inoltre, nei processi a carico di ignoti saranno possibili le intercettazioni solo relativamente alle utenze o ai luoghi nella disponibilità delle persona offesa dal reato, e al solo fine di identificare l’autore del reato. Ciò vuol dire che la vittima di uno stupro dovrà chiedere le intercettazioni, ma potrà farlo solo sulle sue utenze.

Solo nei processi di mafia basteranno indizi sufficienti. Il problema è che tantissimi processi per mafia partono da indagini minori (tipo evasione fiscale o ricettazione) per poi giungere alla fine delle indagini alla contestazione dei reati mafiosi. In queste indagini per reati minori, quindi, non si potrà più intercettare. 
Per poter effettuare un'intercettazione il pubblico ministero dovrà chiedere l’autorizzazione al tribunale presso il distretto della Corte d'Appello. Ciò comporterà la necessità di spostare tutti i fascicoli processuali, generalmente molto corposi (alcuni raggiungono milioni di pagine), con notevoli aggravi di costi e tempo per la giustizia, e col rischio della paralisi per i tribunali suddetti.

Le intercettazioni saranno autorizzate solo per alcuni reati puniti con l’ergastolo o con la reclusione superiore ai cinque anni, e si prevede la limitazione ad un massimo di 60 giorni (30 giorni prorogabili per altri 30), nel senso che passati 60 giorni non si potrà più intercettare per quell’indagine, per cui se in quell’ambito temporale non si recuperano elementi di prova non sarà comunque possibile proseguire ulteriormente con questo mezzo di prova.
Le telefonate e i relativi verbali saranno custodite in un archivio presso la Procura. I procuratori gestiranno e controlleranno i centri di intercettazione e di ascolto.
Ai giornalisti sarà vietata la pubblicazione di atti acquisiti al fascicolo del pubblico ministero, anche se non sono più segreti, e questo fino alla fine delle indagini preliminari. Sarà invece permessa la pubblicazione di riassunti delle ordinanze di custodia cautelare, ovviamente quando non più coperte da segreto. Ciò vuol dire che fino alla fine della fase delle indagini, che spesso dura anni, non si potrà sapere nulla o quasi di un processo.
Inoltre, gli editori dei giornali che violeranno il divieto di pubblicazione saranno puniti con multe elevate, fino a 465.000 euro, mentre per i giornalisti che infrangono il divieto, il provvedimento prevede l'arresto fino a 30 giorni o l'ammenda fino a 5mila euro o fino a 10mila se si tratta di intercettazioni.
Infine sarà previsto un tetto di spesa, stabilito dal ministero della Giustizia, per ogni distretto di Corte di Appello, superato il quale non saranno possibili ulteriori intercettazioni.

È evidente che saranno limitate le indagini della magistratura. Molte inchieste giudiziarie del passato, con questa legge non si potrebbero istruire. Ad esempio le indagini sulla cosiddetta clinica degli orrori, la clinica Santa Rita di Milano, dove si truffava il sistema sanitario nazionale (l’indagine iniziò per truffa). Oppure vallettopoli, l’indagine del 2005 su un giro di ricatti e concussioni sessuali che vide coinvolto anche Vittorio Emanuele di Savoia. Anche il processo sulla scalata Antonveneta e BNL, il processo ai furbetti del quartierino, non si sarebbe potuta realizzare, come l’indagine per l’illecito rapimento di Abu Omar, rapimento realizzato dalla Cia su territorio italiano. Il processo per lo stupro della Caffarella è un altro processo che non si sarebbe mai fatto, in quanto il cellulare intercettato non era più nella disponibilità della vittima. Pure calciopoli, lo scandalo che nel 2006 vide coinvolto Luciano Moggi, era una indagine basata sulle intercettazioni. Anche l’indagine a carico dell’ex capo della polizia De Gennaro, per istigazione alla falsa testimonianza, in relazione ai fatti del G8 di Genova, avvenuti nella caserma Diaz, non si sarebbe istruita.

Il punto fondamentale è il divieto per i giornalisti di riportare gli atti delle indagini che non sono più coperti da segreto (“anche se non più coperti dal segreto”). La normativa attuale, infatti, prevede che dal momento del deposito gli atti non sono più segreti e quindi sono pubblicabili. In questo modo l’opinione pubblica ha la possibilità di venire a conoscenza di indagini in corso di rilevanza pubblica. Le nuove norme impediscono ciò, stabilendo che atti non più coperti da segreto, perché già depositati, non sono comunque pubblicabili.
Altro elemento di rilievo è dato dal divieto di pubblicazione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti a loro affidati. In questo modo non si potrà sapere a chi sono affidate indagini scottanti, e si impedisce il controllo sull’operato dei magistrati, con possibili deviazioni sia a favore sia contro gli indagati.

È anche possibile che il decreto subisca nuove modifiche, ma quello che ci preme è fare una valutazione di ordine generale.
Nel presentare la riforma della normativa in materia di intercettazioni, la polemica si è accentrata su alcuni punti fondamentali, e cioè che sarebbero troppe le fattispecie di reato per le quali sono possibili le intercettazioni, che la magistratura fa ricorso troppo spesso alle intercettazioni, per cui il numero degli intercettati sarebbe eccessivo, e la spesa esagerata, ed infine che il cittadino non è sufficientemente tutelato di fronte all’ingerenza delle intercettazioni nella loro vita privata.

Poiché, ovviamente, tutti i problemi devono essere sviscerati relativamente ad un elemento di paragone, spesso si fa riferimento ad altri paesi per notare come l’Italia faccia un uso eccessivo delle intercettazioni. In realtà, a ben vedere, ciò non è affatto vero.
Innanzitutto l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad affidare lo strumento delle intercettazioni esclusivamente ai giudici, mentre molti altri paesi lo affidano anche agli organi amministrativi (come accade in Spagna, in Francia, in Germania, negli USA), come la polizia. Mentre in Italia solo un giudice può autorizzare le intercettazioni, in molti altri paesi queste vengono poste in essere direttamente dalla polizia senza alcun controllo. Paragonare le intercettazioni giudiziarie francesi, ad esempio, che sono solo il 30% del totale delle intercettazioni che si operano in quel paese, con le intercettazioni giudiziarie italiane, che sono il 100% delle intercettazioni in Italia, non è corretto, trattandosi di dati non omogenei.
Inoltre, in Italia tutte le intercettazioni vengono registrate ed annotate, in modo che sia possibile il controllo sulle autorizzazioni alle indagini, cosa che non avviene in altri paesi. In alcuni paesi non esiste possibilità di sapere con certezza quante intercettazioni vengono effettuate e su chi, perché non esistono strumenti di controllo come in Italia. Questo spiega perché parrebbe che in Italia si facciano troppe intercettazioni, perché solo in Italia si sa esattamente quante ne sono, mentre negli altri paesi solo una parte vengono annotate e sono controllabili. Negli USA, ad esempio, paese che qualche volta è stato erroneamente citato come luogo dove si realizzano non più di 9.000 intercettazioni l’anno, intercettano tutte le polizie, sia federali che dei singoli stati, e spesso senza controlli. Inoltre, negli USA la NSA (National Security Agency) utilizza un apposita rete gestita da un software, detta Echelon, che in sostanza intercetta tutte le comunicazioni (compreso quelle via rete, le email), verificando l’occorrenza di parole chiave (tipo Bin Laden) in presenza delle quali la comunicazione viene passata ad un controllore umano. Un software simile, chiamato Carnivor, è utilizzato dall’FBI.
Quindi, come si vede il numero di intercettazioni dei paesi talvolta utilizzati come paragone, è decisamente più alto di quello che si può credere.

Per quanto riguarda il numero degli intercettati, talvolta si è fatto riferimento al boom delle intercettazioni da una decina d’anni a questa parte. Il motivo a ben vedere è semplice. Una decina di anni fa si intercettavano soprattutto i telefoni fissi, e vi erano pochi cellulari, ed erano poco diffusi. Oggi un criminale usa moltissimi cellulari, e spesso li cambia in continuazione, utilizzandone anche centinaia. Per cui è necessario intercettare moltissime utenze per poter controllare un solo individuo. Se nel comunicare il numero di intercettazioni si fa riferimento al numero di utenze, si sbaglia, perché il numero sembra molto più elevato della realtà. Il riferimento esatto dovrebbe essere al numero delle persone intercettate, e se si verifica tale numero si ottiene una percentuale molto inferiore a quella comunemente diffusa.

Per quanto riguarda la spesa, qui il problema è reale, anche se spesso sovrastimato. Nel senso che un processo condotto in porto con successo ha un ritorno economico, si recuperano soldi che generalmente sono superiori alla spesa per le intercettazioni. Ad esempio nel processo per i “furbetti del quartierino” (processo Antonveneta) si sono spesi 8 milioni di euro per le intercettazioni, ma se ne sono recuperati 340. Nel processo per gli “orrori” della Clinica S. Rita di Milano si sono spesi complessivamente 190mila euro, di cui 101mila per le intercettazioni, relativamente ad una indagine di 11 per 17 indagati, ma il processo ha poi reso oltre 7 milioni di euro.
Ma effettivamente il costo delle intercettazioni è eccessivo, se si considera che solo in Italia, o quasi, lo Stato paga le intercettazioni. Negli altri paesi (ad esempio la Germania) lo Stato da la concessione per la gestione della telefonia, includendo una clausola che consente di ottenere le intercettazioni gratis. In Italia, invece, si arricchiscono i privati che gestiscono queste intercettazioni, principalmente la Telecom.

Quindi, in sostanza, possiamo dire che in Italia le garanzie nei confronti dei cittadini sono maggiori rispetto a tanti altri paesi, visto che solo la magistratura le può autorizzare, e visto che si deve rispettare una procedura precisa e determinate condizioni. Per cui la limitazione della privacy del cittadino può avvenire solo e soltanto a seguito di espressa previsione legislativa.
Inoltre, esiste un diritto di informazione della pubblica opinione che deve essere rispettato, garantendo il controllo sull’attività sia dei magistrati, sia degli indagati dalla magistratura. Non si può impedire all’opinione pubblica di conoscere l’esistenza di procedimenti penali di notevole importanza pubblica, casomai inerenti i gestori dei soldi pubblici, impedendone la pubblicazione di notizie fino alla chiusura delle indagini preliminari che può avvenire anche a diversi anni di distanza, data la situazione disastrosa nella quale versa la giustizia italiana.
Per quanto riguarda la violazione della privacy dei cittadini, deve ribadirsi che spesso tale lesione non sussiste in quanto si pubblicano atti già non più coperti da segreto, cioè depositati e conosciuti dalla parti processuali (imputato, parti lese, ecc….).
Sicuramente esistono spazi di manovra per un miglioramento della normativa, specialmente nella delicata fase della scelta delle intercettazioni da depositare (e quindi non più soggette a segreto), ma impedire la pubblicazione degli atti depositati non fa altro che favorire gli indagati, ed escludere i cittadini dal doveroso controllo sul funzionamento della giustizia e della democrazia. In generale l’impressione è che la legge in questione realizzi un grave pregiudizio per le attività di indagine anche in settori particolarmente delicati e sensibili.

Sul decreto in questione si sono appuntate, infatti, le critiche anche dell’Associazione Nazionale Magistrati, dei giornalisti e delle associazioni degli editori.
In merito a questa vicenda, inoltre, la comunità dei blogger si è attivata promuovendo una giornata di protesta per il 14 luglio, ritenendo che di un tema di così grande rilevanza sociale non solo i giornalisti e i blogger, ma tutti quelli interessati a vivere in una società più libera, civile e plurale dovrebbero interessarsi. Una giornata a tutela della libertà di informazione.

Un’ultima annotazione riguarda proprio l’aspetto privacy. Questa riforma nasce con l’esigenza dichiarata di ottenere un maggior rispetto per la privacy dei cittadini, invece si muove proprio nella direzione opposta, in quanto genera una proliferazione incontrollata dei soggetti posti a conoscenza delle operazioni di intercettazione. Con l’approvazione di questa riforma l’attivazione di una semplice telecamera sarà nota alla polizia giudiziaria, al pm e al procuratore capo, alle segreterie di entrambi, alla cancelleria del tribunale distrettuale, al collegio competente per l’emissione del relativo decreto di autorizzazione, ai commessi incaricati di spostare i fascicoli tra i vari uffici. Insomma una vastità di persone ne vengono a conoscenza, rendendo di fatto sicuramente più difficile impedire la fuoriuscita di notizie.