Il 2009 appena archiviato è stato un anno ricco di contraddizioni, ma una in particolare mi ha colpito, e credo ci debba far riflettere. Lo scorso anno, da un lato si è avuta la definitiva affermazione di blog e social network nella lotta per la democrazia e la libertà di espressione, dall’altro lato sono aumentati i tentativi da parte dei governi di imbavagliare la stampa, e in particolare la rete internet, che sempre più si dimostra mezzo privilegiato per divulgare il dissenso politico.

Ad esempio ciò lo abbiamo visto in Iran, dove la censura di regime riesce con sempre maggiore difficoltà ad imbavagliare la rete. E poi in Cina, dove Google annuncia di aver eliminato i filtri alle ricerche, laddove le ricerche su Google, fin dal 2006, anno di ingresso della società americana in Cina, sono sempre state soggette a rigidi filtri per impedire che potessero essere cercate parole ritenute “sensibili” dal governo cinese. Da questa settimana Google ha eliminato questi filtri, provocando reazione da parte degli organi di controllo cinesi.
La censura del web non è solo di questi due paesi. Infatti, secondo Reporter sans frontieres, una organizzazione indipendente fondata in Francia da Robert Menard nel 1985 con alcuni colleghi giornalisti, i paesi che censurano la rete sono dodici: Arabia Saudita, Burma, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Sono paesi che chiudono gli accessi alla rete, e attuano rigidi controlli per motivi politici, al fine di eliminare il dissenso, e nel contempo pongono in essere sistematiche misure repressive nei confronti degli utenti della rete.
In Egitto, ad esempio, nell’aprile del 2008 tre militanti sono finiti in carcere per due settimane per aver organizzato uno sciopero su Facebook. In Iran, sempre nel 2008, le autorità hanno chiuso 5 milioni di siti internet, e numerosi sono i blogger detenuti in carcere. Questo per non parlare delle repressioni avvenute negli ultimi mesi dopo le elezioni, delle quali si sa qualcosa solo grazie, appunto, ai video e alle immagini che passano in rete, sfuggendo alle maglie della censura. L’Iran ha cercato di imbrigliare il dissenso online in tutti i modi, ma con sempre maggiore difficoltà.

La Cina ha da un lato il maggior numero di navigatori in rete, dall’altro è probabilmente il paese che maggiormente censura la rete. A Pechino circa 40.000 dipendenti del partito sono all’opera per monitorare i file che circolano in rete. Nel 2008 oltre 3.000 siti sono stati resi inaccessibili.

Il punto fondamentale è che il controllo della rete non è così semplice come si crede. Una chiusura netta della rete è possibile, ma ciò avrebbe implicazioni notevoli dal punto di vista economico, visto che ormai gran parte delle transazioni commerciali, dell’economia in genere, viaggia attraverso la rete. Chiudere la rete vuol dire danneggiare l’economia, e nessun governo è disposto, in nome della repressione del dissenso, a distruggere la propria economia. Per questo la lotta al dissenso online è abbastanza complicata, e probabilmente destinata alla lunga a fallire.

Il rovescio della medaglia del maggior uso della rete per manifestare liberamente le proprie opinioni è senz’altro l’aumento della repressione dei regimi contro chi fa informazione in rete, così il rapporto di Reporter sans frontieres denuncia “l’ondata di arresti e condanne senza precedenti di giornalisti e bloggers in Iran” dopo la rielezione del presidente Ahmadinejad, e che “blogger e siti Internet sono presi di mira sempre di più dalla censura e dalla repressione”. Rileva, inoltre, che nel 2009 si sono contati 151 casi di bloggers, cyber-dissidenti e utenti del web imprigionati per aver espresso sulla rete le proprie opinioni. I casi di repressione riguardano paesi come Iran, Cina, Tunisia, Thailandia, Arabia Saudita, Vietnam e Uzbekistan. Ma anche alcuni paesi comunemente ritenuti democratici si dicono pronti a nuove misure di controllo della rete in nome della lotta alla pedopornografia o alla contraffazione, tra questi l’Italia!

Secondo RSF l’Europa non è più un esempio di libertà per quanto riguarda la libertà di stampa, poiché in varie nazioni è sotto pressione. Anche se ai primi posti della classifica per la libertà di stampa ci sono paesi europei, come la Danimarca, la Finlandia, l’Irlanda, la Svezia e la Norvegia, tutti primi a pari merito, paesi come la Francia (43), e l’Italia (49) continuano la loro discesa negli anni.

Secondo il rapporto le vessazioni del governo nei confronti dei media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata e una proposta di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche spiegano perché l’Italia perda posizioni. Un elemento stigmatizzato dal rapporto di RSF sull’Italia è la circostanza che il capo del governo detenga la maggioranza dei media di informazione, e controlli indirettamente gli altri, e ciò, in un paese dove l’80% degli italiani, prosegue il rapporto, si informa tramite la televisione, determina una situazione decisamente anomala.
La cosa preoccupante è che prima di noi ci sono paesi come Capo Verde, e anche giovani democrazie africane, come il Mali e il Ghana, ma soprattutto ci deve far pensare il fatto che RSF voglia inserire il nostro presidente del consiglio nella lista dei predatori della libertà di stampa, a causa delle gravi ingerenze nei confronti dei media italiani e stranieri, che metterebbero a repentaglio non solo la credibilità italiana ma anche quella europea. Questa interessante lista al momento include personaggi come i russi Medvedev e Putin, il presidente iraniano Ahmadinejad, il libico Gheddafi e poi Mugabe, Hu Jintao, ecc...

La situazione italiana è sotto sorveglianza da tempo anche da parte della Commissione UE. L’Europa, nella persona del commissario Viviane Reading, in risposta ad una interrogazione dell’europarlamentare Rita Borsellino, ha criticato la legge sulle intercettazioni, in quanto stoppare cronaca giudiziaria e giornalismo d’inchiesta, vietando la pubblicazione delle intercettazioni, viene giudicato a Bruxelles un grave attentato alla libertà di stampa, e un atto contrario ai principi fondamentali dell’Unione. Qualsiasi restrizione o ostruzione al giornalismo d’indagine può essere considerata come un grave attentato alla libertà di stampa. Insomma, ribadisce la Reading, i cronisti devono poter continuare a fare uso di ogni informazione in loro possesso. La lettera della Reading si conclude con l’avvertimento che la commissione continuerà a seguire l’evoluzione della situazione italiana per garantire il pieno rispetto dei trattati europei.

Non vi è solo Reporter sans frontieres a valutare la libertà di stampa nel mondo, ma anche Freedom House, altra organizzazione indipendente, presente al di là dell’oceano. Come RSF ha declassato ulteriormente l’Italia, anche Freedom House di recente ha rivisto al ribasso la posizione dell’Italia in materia di libertà, posizionandola tra i paesi “parzialmente liberi”.
La differenza tra le due organizzazione, che giustifica la posizione migliore, se così si può dire, nella classifica redatta da RSF, è data dal fatto che Freedom House è più influenzata dall’analisi del pluralismo nel settore dei media, caratteristica per la quale il nostra paese è generalmente carente, mentre RSF si preoccupa di più delle condizioni di lavoro dei giornalisti, tipo incolumità e rischi giudiziari. Fortunatamente in Italia non si registrano omicidi di giornalisti, anche se molti di loro sono costretti a vivere scortati.

Sul piano della giurisprudenza internazionale, inoltre, vi è la Corte europea dei diritti dell’uomo, nell’ambito del Consiglio d’Europa, corte che è incaricata di far rispettare la Convenzione europea dei diritti umani del 1950 che all’articolo 10 sancisce che “ogni persona ha diritto alla libertà di espressione”. Ciò vuol dire che ogni cittadino, esauriti i gradi di giudizio nazionali, può far ricorso alla Corte di Strasburgo e denunciare il mancato rispetto di un diritto umano da parte di un governo.
Le pronunce della Corte hanno carattere vincolante per gli Stati, ed è stata proprio questa Corte a stabilire che il diritto alla privacy di chi riveste funzioni pubbliche di alto livello è molto più limitato.
A livello dell’Unione Europea, invece, il Parlamento può intervenire solo a livello politico. Di recente si è discusso su una risoluzione che evidenziava il problema dell’informazione in Italia, chiedendo un intervento dell’Europa, risoluzione però bocciata dal Parlamento per soli tre voti. C’è da dire che è il primo caso del genere in Europa. Se fosse passata la risoluzione, lo Stato italiano sarebbe stato condannato. Al momento si riconosce l’esistenza di un problema di informazione in Italia, ma il Parlamento europeo decide di non intervenire, anche perché di solito tale organo non si occupa dei problemi interni dei singoli paesi. Il solo fatto che si sia discusso di questa risoluzione la dice lunga su quanto il problema sia sentito come rilevante.

La situazione comunque non appare mutata, nel senso che vi sono sempre più segnali di “normalizzazione” verso il dissenso politico, e soprattutto proliferano i disegni di legge che hanno lo scopo specifico di imbrigliare l’informazione in rete, ritenuta troppo libera dai politici, come l’applicabilità della normativa sulla stampa a tutti i siti internet, anche quelli personali, l’applicabilità dell’obbligo di rettifica, l’autorizzazione per le dirette streaming in rete, e così via.

La libertà di stampa è la libertà di poter lavorare serenamente. Quando tu scrivi devi sapere che ciò che scrivi verrà criticato da un’opinione diversa, non che ciò che scrivi ti costringe a pagare con la tua vita quotidiana. Quando questo accade qualcosa sta scricchiolando. Roberto Saviano