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WikiLeaks e la libertà di informazione

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WikiLeaksSecondo Google il nome WikiLeaks è uno dei più cercati nel web in questi giorni, mentre il suo guru, Julian Assange, invece sarebbe al momento uno degli uomini più ricercati del mondo. Questi due elementi ci dicono come il ciclone WikiLeaks e la sua operazione di disvelamento dei cable, i rapporti, della diplomazia di vari paesi, abbia avuto una notevole incidenza a livello mondiale.
Può piacere o non piacere WikiLeaks, si può criticare oppure essere d’accordo con la filosofia di vita di Assange, ma un fatto certo è che non si può fare finta di nulla, perché ragionare oggi su WikiLeaks e il suo futuro vuol dire anche prendere una strada invece che un’altra per il futuro della rete.

Di Assange si sa che a suo carico vi sarebbe un mandato di arresto per un presunto reato sessuale, anche se in realtà, secondo alcune fonti, si tratterebbe non di stupro né di molestie bensì di un reato presente nella sola Svezia e sconosciuto alla Gran Bretagna dove Assange si nasconde. Assange avrebbe avuto rapporti consensuali con due ardenti ammiratrici in Svezia, ma, secondo le parole delle due, si sarebbe rifiutato di usare il preservativo, o di effettuare analisi per dimostrare di non avere malattie sessuali. Insomma, si tratterebbe di “sesso a sorpresa” che comporta una multa di 5.000 corone (circa 715 dollari), come viene definito l’accaduto, e per questo l’Interpol gli starebbe dando la caccia!
Letta secondo questa nuova prospettiva la caccia al “latitante” Assange assume un valore del tutto diverso, e sembra più che altro un tentativo di intimidazione sorto in contemporanea con le rivelazioni del suo sito di denuncia.


Vero o non vero, il punto è un altro. Di Assange si danno descrizioni piuttosto diverse e contrastanti, c’è chi lo dipinge come un novello Robin Hood votato a denudare ipocrisie e segreti delle diplomazie, a chi invece lo rappresenta come una sorta di terrorista telematico, con il preciso intento di distruggere il mondo a noi conosciuto, fino a scomodare il James Bond cinematografico per rappresentare Assange come il suo malefico alter ego, il capo della Spectre di turno.
Ovviamente, come spesso accade, gli estremi sono sempre molto lontani dalla verità, e forse Assange non è altro che una persona che crede fermamente che il potere debba prima di tutto rispetto verso i governati, i cittadini, e che il popolo è davvero sovrano solo se realmente informato dei fatti, per cui porta avanti la sua campagna che mira a rivelare le menzogne del potere, perseguendo il suo ideale di informazione libera da filtri e condizionamenti di ogni tipo.
WikiLeaks fa paura non tanto per quello che svela, che in fondo non è, almeno non sempre, tanto dirompente, ma fa paura perché mostra che nessun segreto è davvero al sicuro, e quello che è conosciuto anche da un solo uomo, può essere conosciuto da tutto il mondo.
In una mail interna al suo gruppo si legge il programma di WikiLeaks: “Li fottiamo tutti: renderemo il mondo trasparente, lo cambieremo”, quindi una rivoluzione dell’informazione sulla premessa che l’informazione rende liberi, una sorta di anarchia dove si pubblica l’impubblicabile, non si cede ai compromessi e si combatte ogni forma di censura, anche quella legale.

 

È bene ricordare che WikiLeaks non pubblica solo documenti che vengono da incursioni telematiche, ma per lo più da donazioni, dvd e chiavette stracolme di files, consegnate, come ama pensare Kristinn Hraffnson, il portavoce di WikiLeaks, da persone perbene, disilluse e che ritengono che far uscire fuori la verità sia la cosa più giusta da fare. Ogni giorno sulle reti del Pentagono lavorano milioni di persone, che hanno legittimo accesso ad informazioni riservate, ed è questa la fonte principale degli scoop di WikiLeaks, persone nei posti giusti che, nella loro qualità di fonti, sono state sempre protette dalla rete di Assange.
In questi giorni la rete permette di accedere alle dichiarazioni private dei diplomatici di vari paesi, in particolare quelli del Dipartimento di Stato Usa, così che quest’ultimo è costretto ad affrettarsi a placare leader stranieri per la fuoriuscita imbarazzante di notizie e valutazioni della diplomazia americana, giudizi spesso trancianti e decisamente in contrasto con quanto veniva detto in pubblico. Appare ovvio, pertanto, che le dichiarazioni pubbliche non sono altro che propaganda, e che la diplomazia in genere tende a mentire all’opinione pubblica.
Adesso i governi, quello americano soprattutto, cercano di impedire che questo stillicidio di documenti continui, e quindi premono sugli intermediari della rete affinché WikiLeaks sia reso inaccessibile o gli sia impedito in qualche modo di pubblicare altri documenti. PayPal, la banca virtuale più grande del mondo, il mezzo attraverso il quale il sito di Assange riceve donazioni da migliaia di semplici cittadini, ha chiuso la porta in faccia ad Assange, non perché vi sono state pressioni dal governo, dicono, ma solo perché WikiLeaks violava le loro regole.
Allo stesso modo Amazon, fornitore di hosting di WikiLeaks, ha chiuso i server di Assange perché il servizio “non può essere usato per attività che incoraggiano, promuovono, facilitano o istruiscono attività illecite”. In pratica Amazon sostiene che la grande mole di documenti messi online potrebbe in qualche modo mettere in pericolo delle persone, per questo gli staccano la spina. In realtà questa argomentazione non parrebbe sostenibile, proprio perché da questi documenti lo staff di WikiLeaks ha espunto i riferimenti a persone che potrebbero essere poste a rischio.
Ancora, EveryDNS, società che si occupa della traduzione degli indirizzi in rete, ha eliminato WikiLeaks dai suoi server, impedendo quindi di raggiungere il sito, a meno che non si conosca il numero di 4 cifre che compone il suo Ip. Più o meno è come se un libro venisse eliminato dal catalogo di una biblioteca, per cui a volerlo leggere bisognerebbe cercarlo in tutti gli scaffali.
Infine, anche la biblioteca del Congresso Usa ha bloccato ogni accesso al sito di Assange perché, sostengono, la legge obbliga le agenzie federali a proteggere le informazioni classificate, precisando che la divulgazione non autorizzata di documenti classificati non altera il loro stato di documenti classificati e non ne comporta automaticamente la declassificazione. In realtà a ragionare in questo modo la biblioteca dovrebbe vietare l’accesso a tutti i tipi di giornalismo investigativo che cita informazioni classificate, cosa che accade spesso anche con giornali tipo il New York Times e il Washington Post.

È un evidente tentativo di censurare un sito che fa della trasparenza dei governi il suo obiettivo primario, un sito che, a ben vedere, non fa altro che pubblicare notizie, che, essendo stavolta sfrondate di riferimenti di persone a rischio, non mettono in pericolo nessuno, a parte la fiducia nei governi i quali ne escono piuttosto malmessi.
WikiLeaks, braccato dagli hacker dei governi di mezzo mondo, spesso soggetto a blackout, cacciato dagli Usa, rifugiatosi in Svizzera, per il momento, con il principale canale di finanziamento chiuso, è ormai un sito a rischio. Assange grida ad una moderna caccia alle streghe, dove a repentaglio però potrebbe essere la libertà di informazione del futuro, la libertà in rete.

I governi, moderni censori, hanno chiesto aiuto agli intermediari del web, quelle grandi aziende che controllano le dorsali della rete, i punti nevralgici e sui quali noi tutti facciamo affidamento, per memorizzare le nostre informazioni. Sono queste stesse aziende alle quali affidiamo ogni giorno i nostri dati e parte della nostra vita, che chiudono ogni possibilità di accedere ai documenti di WikiLeaks, e noi scopriamo con sgomento che di loro non ci possiamo fidare, e che censurare qualcosa in rete è molto più facile di quanto pensassimo. Non c’è nemmeno bisogno di una legge ad hoc, che pure un membro del Congresso Usa sta preparando, misurata proprio sullo scandalo WikiLeaks, è sufficiente una semplice pressione sulle aziende private che organizzano il web.
Certo, non tutti si allineano alle direttive dei governi, per il momento su Google il sito di Assange lo si trova ancora, ed è sempre più cliccato, ma la situazione che si sta realizzando dovrebbe innescare una seria riflessione su cosa vogliamo farne di questa rete, questa tecnologia che ha invaso le nostre case e mira a modificare radicalmente il nostro modo di vivere.
WikiLeaks in sostanza non fa nulla di diverso da quello che fanno altri giornali, addirittura alcuni di questi hanno pubblicato a loro volta documenti inviatigli da WikiLeaks. Bloccare quel sito è un problema di libertà di stampa, in quanto quel sito fa comunque informazione. Poi si può discutere se la fa bene o male, ma questo è un problema di metodo. Non è esatto che WikiLeaks non fa informazione perché pubblica documenti senza preoccuparsi minimamente dell’effetto delle sue azioni, in quanto lo scopo di chi fa informazione è di informare a prescindere, e non certo chiedersi ad ogni scoop se quello che si pubblica può incidere sul governo, o su qualche politico. Altrimenti saremmo in presenza di una forma di censura che l’informazione si applica automaticamente.
L’intento di WikiLeaks è di portare informazione e imporre trasparenza al processo politico, che poi è lo stesso intento del New York Times, solo che il primo viene censurato, il secondo no, Assange viene accusato di poter essere la causa della prossima crisi internazionale, mentre ciò non viene imputato al New York Times. Viene da chiedersi perché tale differenza di trattamento. O forse dovremmo chiederci perché un governo non viene ritenuto responsabile per una guerra ingiusta basata su notizie false!
Il punto è che la libertà di stampa, la libertà di manifestazione del pensiero, sono libertà fondamentali della società democratica, che vanno difese a prescindere, e senza distinzioni di sorta, quindi indipendentemente dagli editori, o da chi controlla il sito di informazione. Perché se oggi tocca a WikiLeaks cadere sotto le pressioni del governo, rimuovere i suoi contenuti dai server di Amazon, trovarsi bloccato dalle biblioteche o negli uffici amministrativi americani, domani potrebbe toccare al New York Times.

Forse dovremmo chiederci cosa vogliamo davvero per il nostro futuro, se preferire un modello stile televisivo come stanno preparando, dove pochi grandi produttori decidono cosa dobbiamo vedere, sentire, e quindi, in fondo, pensare, con leggi che impongono una sorta di bavaglio ai blog di informazione, oppure se privilegiare un modello diverso, una rete internet libera dove chiunque può dire la propria opinione, prendendosi le responsabilità di ciò che dice ovviamente, dove chiunque può partecipare attivamente al dibattito politico e casomai criticare i politici stessi, un modello dove un opinione non possa essere censurata solo perché è in qualche modo invisa al governo o ad una multinazionale.
Dovremmo chiederci se davvero vogliamo una privacy tanto asfissiante che impedisce di svelare le azioni di chiunque senza essere denunciati, ma nel contempo i governi ci riempiono le strade di telecamere di videosorveglianza, ci mettono i body scanner negli aeroporti e tracciano i nostri spostamenti tramite cellulari e carte di credito, palesando quanto meno una schizofrenia decisamente sospetta.
E chissà, forse un giorno potremmo anche svegliarci e comprendere che l’agente 007 in fondo non è altro che la faccia ripulita del potere autoritario il quale ha bisogno di segreti per auto conservarsi.

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