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Chi paga la Hadopi?

Hadopi is watching you! Nove mesi dopo l’inizio delle attività, la Hadopi (Haute Autorité pour la Diffusion des Ouvres et la protection des droits sur Internet, cioè autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti di Internet) presenta i primi risultati, e i numeri sono, a prima vista, impressionanti: 18 milioni di controlli e circa 900mila indirizzi Ip identificati, per un totale di 470mila cittadini che hanno ricevuto la prima notifica, 20mila che hanno ricevuto la seconda e 10 che hanno ricevuto la terza.
Secondo la normativa al terzo strike si rischia la disconnessione dalla rete, ecco quindi che i 10 cittadini che hanno ricevuto la terza notifica si dovranno presentare dinanzi ad un giudice per discutere della loro posizione, col rischio di subire una multa fino a 1.500 euro, oppure, appunto, la disconnessione dalla rete temporaneamente.
Alla fine, quindi, quello che resta sono, per il momento, solo 10 pesciolini imbrigliati nella rete, e si affaccia prepotente la domanda: conviene tutto ciò?
In realtà più esattamente dovremmo chiederci, per rispondere a questa domanda, chi paga tutto questo.

Ma andiamo per gradi, innanzitutto per il momento abbiamo solo 10 persone, su 18 milioni di controlli, che vengono portati a giudizio, ma già una di queste, un insegnante di 54 anni, dichiara di essere innocente in quanto non avrebbe mai scaricato file illegali. Egli ha infatti affermato che qualcuno a sua insaputa avrebbe utilizzato la sua connessione wifi non protetta.
A questo punto spetterà al giudice stabilire se la sua condotta, cioè non proteggere adeguatamente la connessione wifi, possa renderlo corresponsabile dell’illecito commesso dagli “scocconi” della sua connessione. È indubbio, però, che esiste un problema, cioè che nella rete di Hadopi rimangono impigliati ben pochi “scariconi”, oppure coloro che hanno scarsa dimestichezza col mezzo e non sanno come applicare una password al router per impedirne l’uso da parte di terzi, oppure usano router con password bloccata, come alcuni forniti dalla Telecom.
È ovvio che gli utenti più competenti hanno almeno la volontà di leggersi qualche manuale in rete che spieghi come usare un proxy, per cui appare palese che la norma sia più che altro rivolta al cittadino comune perché non sia “traviato” dalla possibilità di commettere illeciti, piuttosto che al vero criminale che di certo non incorre in leggerezze simili. Il solito problema dello Stato paternalistico, insomma!

Per quanto riguarda coloro i quali si fanno sottrarre banda alla connessione wifi da terzi, a meno che non si riesca a dimostrare che fossero a conoscenza del fatto, non sussiste una loro violazione diretta della legge. Una violazione indiretta potrebbe sussistere, ma dipende dalla legislazione di riferimento, ad esempio negli Usa si richiede che vi sia un profitto, che in questo caso ovviamente manca. In Italia si risponde di un reato (e praticamente tutte le violazioni ai diritti d’autore sono reati) solo se si ha l’obbligo giuridico di evitarlo (posizione di garanzia), e norme di tal genere in questa materia non sussistono nel nostro ordinamento.
Un obbligo di tal fatta potrebbe, però, sorgere da un contratto, quello con il fornitore di accesso alla rete (il gestore telefonico per intenderci), per cui il titolare della connessione wifi casalinga potrebbe al massimo rispondere di responsabilità contrattuale nei confronti del proprio gestore, ma non certo di concorso nel reato, in assenza di un obbligo di controllo delle comunicazioni transitate sulla connessione del suo contratto.
Per quanto riguarda la legislazione francese sarà il giudice del caso specifico a dirci come è la situazione oltr’Alpe, ma rimane un dato di fatto, e cioè che 10 utenti portati a giudizio sono un po’ pochi, anche se risultassero tutti colpevoli.

E allora torniamo alla domanda che ci siamo posti più sopra, cioè chi paga per questo ben misero risultato? Chi paga per le risorse utilizzate per l’individuazione degli indirizzi Ip pirata?
Teniamo presente che parliamo quanto meno di 18 milioni di controlli, se anche i 10 utenti portati in giudizio pagheranno le spese per le procedure loro riguardanti, chi pagherà per gli altri controlli?
Il ministero della cultura francese già dall’inizio si rifiutò di rispondere alla domanda, gli Isp, coinvolti nei controlli, ovviamente non hanno intenzione di sostenere i costi, e di certo non lo vorranno fare i titolari dei diritti d’autore, anche se in realtà il costo dovrebbe essere proprio a carico loro, visto che questo, in ultima analisi, non è altro che un servizio che lo Stato fornisce a delle aziende private, e non si comprende perché lo Stato debba pagarlo.
Certo, aiuterebbe sapere quanto costa effettivamente tale individuazione degli Ip dei presunti pirati, che inizialmente si valutava in circa 8,5 euro per identificazione, costo che però scenderà parecchio nel momento in cui tutto il processo sarà automatizzato.
In realtà le critiche più pressanti alla Hadopi riguardavano proprio il costo dell’intera procedura, e si sosteneva da più parti che il costo sarebbe addirittura più elevato dei mancati guadagni lamentati dalle major, ma essendo tale legge fortemente voluta da Sarkozy, alla fine è stata comunque approvata. E quindi in conclusione il costo, qualunque esso sia, è facile pronosticare che sarà scaricato prima sugli Isp e poi sugli utenti finali.
I provider, infatti, devono costruire un sistema di monitoraggio per controllare ciò che fanno gli utenti online, poi dovranno gestire un sistema di black list per impedire la connessione agli utenti condannati, ed infine dovranno fornire abbonamenti separati per internet e telefono, perché la disconnessione non può comportare anche la soppressione del contratto telefonico.
Per cui abbiamo una serie di oneri sia tecnici che commerciali di non poco conto, che gli Isp dovranno sopportare, e che scaricheranno sugli utenti finali. Alla fine gli utenti, tutti, non solo quelli condannati, si ritroveranno un aumento dei contratti di connessione (per il momento di circa 2 euro) senza nemmeno sapere il perché.

Fornita una risposta alla domanda chi paga, rimane però da capire se conviene questo sistema che si rivela, numeri alla mano, decisamente inefficace (uno studio dell’università di Rennes sostiene che dall’introduzione di Hadopi la pirateria è aumentata del 3%) ma soprattutto molto costoso.
In un’ottica del cittadino è ovvio che il sistema non conviene, si tratta di pagare per un vantaggio che riguarderà esclusivamente l’industria dell’intrattenimento, nella prospettiva delle major invece conviene, e tanto, visto che mentre prima si dovevano sobbarcare i costi dei controlli online e poi le spese dei giudizi contro i singoli cittadini pescati a scaricare materiale piratato, oggi tutto questo costo viene trasferito direttamente sulle spalle dei cittadini, e se anche l’insegnante di 54 anni risultasse non colpevole, per le major non cambierebbe assolutamente nulla. Sarebbe, per loro, solo un tentativo fallito senza alcun costo aggiuntivo.

Lo stesso discorso si può fare, con le dovute differenze, per l’Italia che ha proposto la delibera AgCom per il controllo dei contenuti in violazione del diritto d’autore in rete. Il regolamento italiano ha una prospettiva diversa, concentrandosi sulla eliminazione dei contenuti più che sulla condanna degli utenti pirati.
In quest’ottica Hadopi è più garantista, perché almeno prevede l’intervento necessario di un giudice e in ogni momento il cittadino accusato è coinvolto nella procedura, e quindi potrà difendersi. In Italia l’uploader, come lo chiamano all’AgCom, potrebbe anche non sapere nulla dell’accusa rivoltagli, fino al momento della cancellazione del contenuto immesso in rete, e a quel punto sarebbe per lui già troppo tardi.
Ma anche in questo caso ci si dovrebbe chiedere chi paga tutta la procedura, e se effettivamente conviene spendere tanti soldi solo per proteggere gli interessi meramente economici di alcune aziende private.

Ad oggi, dopo 9 mesi, Hadopi è costata ai cittadini francesi oltre 12 milioni di euro, il risultato è ancora nessun colpevole, ancora nessuna multa incassata!