piracyNegli ultimi tempi, da quando la lotta alla pirateria si è intensificata, si cominciano a notare in rete delle vicende piuttosto interessanti, quasi delle piccole crepe in un muro di granitiche certezze.
Ad esempio qualche settimana fa, a seguito della verifica su alcuni indirizzi Ip che avevano condiviso 4 film svedesi su una piattaforma di P2P, si è scoperto che uno di quegli Ip apparteneva proprio alla Swedish Film Institute (SFI). In sostanza un film sarebbe stato uploadato dai computer dell’SFI e finito su Pirate Bay!
Trattandosi di un produttore e distributore di film, la vicenda è apparsa fin dal primo momento piuttosto imbarazzante, per cui si sono avviate verifiche interne al fine di appurare se effettivamente qualcuno dell’azienda si fosse reso colpevole di pirateria. Chiaramente l’amministratore delegato della SFI ha imposto a tutti di non parlarne, ma, purtroppo, l’avvenimento è comunque trapelato all’esterno.

A quel punto l’industria cinematografica, insieme al ministero svedese della Cultura, si è subito scatenata chiedendo immediati chiarimenti,  e la SFI ha dovuto incaricare una società di sicurezza degli accertamenti del caso.

E qui sono venute fuori delle sorprese. Infatti, la società DoubleTrade, incaricata di tracciare gli Ip dei cosiddetti pirati, e che ha scovato il riferimento alla SFI, pare che si sia rifiutata di fornire alla SFI i log delle loro verifiche, così la SFI ha dichiarato di non poter controllare se effettivamente l’accusa fosse veritiera.
La SFI, inoltre, ha tenuto a precisare che l’indirizzo Ip non è affatto sufficiente per accusare qualcuno di pirateria, in quanto non ci dice gran ché. Ad esempio, continua l’SFI, ci sono tantissimi visitatori che passano per la biblioteca ed utilizzano il Wifi aperto, anche nelle aree bar, altri visitatori come produttori e personale esterno, ecc… Insomma ci sono molte possibilità che quel file non lo abbia piratato uno dell’SFI. Vi ricorda qualcosa?

Questo argomento è palesemente valido, però ci si chiede: per quale motivo alla SFI dovrebbe essere dato il beneficio del dubbio, mentre quotidianamente moltissimi utenti di contratti internet ricevono lettere nelle quali sono accusati di aver piratato qualcosa, e non possono beneficiare dello stesso dubbio? Per quale motivo l’SFI dovrebbe avere un trattamento diverso rispetto agli utenti privati?
Non si comprende per quale motivo l’SFI non dovrebbe subire le stesse medesime sanzioni (a seconda dei paesi: il distacco dalla rete, multe, ecc…) come accadrebbe ad un qualsiasi utente privato titolare di un Ip beccato a scaricare film pirati. Per gli utenti accusati di pirateria sulla base di un Ip non è mai valso il beneficio del dubbio, anzi sono loro che sono costretti a dimostrare la propria innocenza.
Un po’ in tutte le nazioni si sta cercando di introdurre norme alla stregua della francese Hadopi, che consentono, quindi, l’applicazione di sanzioni come la disconnessione dalla rete a seguito di alcuni avvisi di violazione delle norme sul diritto d’autore. La Hadopi prevede i three strikes, cioè tre avvertimenti, dopo di ché scatta la disconnessione. Pensiamo alla recente proposta di legge presentata in Germania da Siegfried Kauder, proposta che prevede solo due avvisi prima di procedere con la disconnessione.
Gli avvisi seguono a controlli dello stesso tipo di quello che ha condotto la DoubleTrade alla SFI. È chiaro che a questo punto non possono non sorgere dei dubbi sulla bontà di tali verifiche.

E, giusto per rimanere in tema di doppiopesismo, è interessante notare come Kauder sia caduto in un terrificante passo falso nel momento in cui hanno trovato pubblicate sul suo blog delle fotografie prese dalla rete, senza che ne fosse indicata la fonte, insomma avrebbe piratato le foto!
Il politico, in una sorta di auto giustificazione, ha anche asserito che la sua proposta di legge funzionerebbe, infatti lui dopo l’avvertimento ha rimosso le foto (bontà sua!). Peccato che pare che le foto siano, invece, ancora presenti nel suo sito, sono solo state depubblicate, per cui possiamo dire che il primo avvertimento non ha avuto successo. Per coerenza con la sua proposta di legge, pensate che al secondo avvertimento chiuderà il sito?

A questo punto sarebbe molto meglio prendere atto di queste e similari vicende, e far partire una seria riflessione sulla regolamentazione della rete. Appare evidente da questi episodi che il modello che si sta cercando di attuare un po’ in tutti i paesi ha degli evidenti difetti, e di sicuro non è sufficiente un mero indirizzo Ip per accusare una persona. Invece, sarebbe necessario avere elementi ben più certi prima di procedere con sanzioni nei confronti di un titolare di contratto internet.