Wikileaks: effetti del financial blockade

A fine del 2011 sulla pagina principale di Wikileaks venne pubblicato un duro comunicato col quale il sito di Assange dava atto di dover sospendere le pubblicazioni a seguito del cosiddetto financial blockade. Nell'ottobre del 2010, infatti, a seguito di una delle più grandi operazioni di disvelamento di cablo della diplomazia USA le pressioni del governo americano provocarono una reazione a catena: prima il fornitore di hosting di Wikileaks, poi le aziende che raccolgono le donazioni al sito, chiusero i rapporti con Wikileaks.
A circa un anno di distanza dall'inizio della "cura", il sito di Assange si trovò alle prese con problemi finanziari, per cui giocoforza decise di sospendere le pubblicazioni. Si trattò della prima vera applicazione delle nuove frontiere della repressione online, forse l'esempio più estremo di azioni stragiudiziali mirate a soffocare la libertà di parola, perché, questo dobbiamo ricordarlo, Wikileaks, a differenza di tante aziende anche molto famose, non è mai stato condannato né accusato di alcunché.


È tutto fin troppo semplice, basta premere sui fornitori di servizi finanziari minacciandoli di azioni legali per corresponsabilità nei presunti reati commessi dal soggetto che si vuole colpire, in modo che i fornitori smettano di servirlo, cioè di ricevere per lui donazioni e pagamenti. Poiché i 3 principali processori di pagamenti di fatto monopolizzano il mercato controllandone il 97%, l'operazione è fin troppo semplice.

Il blocco riuscì talmente bene che lo strumento venne inserito anche nelle nuove proposte di legge americane e non. Norme che prevedevano il blocco dei servizi finanziari erano presenti nelle proposte di legge SOPA e PIPA (Protect Ip), e rendevano corresponsabili i processori di pagamenti di eventuali reati commessi dai siti da loro serviti. In tal modo un governo, oppure l'industria del copyright, poteva chiedere al provider di bloccare i pagamenti al sito che presumibilmente violava le leggi, ponendo il provider di fronte alla scelta di tagliare fuori il sito accusato oppure rispondere in concorso dell'eventuale reato. Ovvio che nessuna azienda si sobbarcherebbe il rischio di dover rispondere di reati altrui, per cui sarebbe bastata una semplice accusa ancora non provata (fase cautelare) per bloccare i finanziamenti ad un sito online.

Tornando a Wikileaks, i titolari del sito non si sono persi d'animo e hanno avviato dinanzi alla Commissione europea un'azione contro i processori di pagamento, PayPal, Visa e Mastercard. La denuncia sostiene che le tre società avrebbero violato gli articoli 101 e 102 del trattato UE, norme che regolano la concorrenza tra imprese al fine di impedire la creazione di cartelli. Il 102 in particolare vieta alle imprese in posizione dominante di abusare della loro posizione. Le aziende denunciate si sono difese sostenendo che i pagamenti sarebbero stati sospesi perché le attività di Wikileaks violerebbero i loro termini di servizio.
Altre azioni sono state intentate nei singoli Stati, ed almeno un tribunale si è pronunciato sulla vicenda sancendo che il blocco dei servizi di pagamento unilateralmente disposto deve ritenersi illegittimo in assenza di una decisione giudiziale. Questo è quanto ha asserito la Corte distrettuale di Reykjavik qualche giorno fa, sostenendo che il blocco dei pagamenti viola il contratto che lega i fornitori di pagamenti al loro cliente, sia esso Wikileaks sia qualcun altro. Il punto è che Visa ha scelto volontariamente di firmare un contratto con Wikileaks, e poi ha deciso unilateralmente di non rispettarlo più.
Avrebbero potuto chiedere una risoluzione del contratto se davvero Wikileaks violava gli accordi, ma non lo hanno fatto.
Quindi la Corte islandese ha ordinato la riattivazione dei servizi di pagamento entro il termine ultimo di 14 giorni. Una significante vittoria per Assange il quale ha dichiarato che "la censura economica è sempre censura".
Adesso non rimane che attendere la decisione della Commissione europea, prevista per agosto.