vietnamIl PROTECT IP Act (Preventing Real Online Threats to Economic Creativity and Theft of Intellectual Property), ovvero la proposta di legge S.968 presentata al Senato degli Usa nel maggio del 2011, se approvata consentirebbe al Dipartimento della Giustizia americano di imporre ai motori di ricerca e ai provider l’oscuramento di siti online o di interi domini (quindi centinaia di siti contemporaneamente) accusati di violazione del copyright, e tutto senza nemmeno una condanna di un tribunale e senza alcun contraddittorio. Sarà il General Attorney a predisporre una blacklist dei siti che dovranno subire l’oscuramento.
È da precisare che mentre in Italia il Procuratore Generale è un magistrato, negli Usa il General Attorney è un funzionario dell’esecutivo con funzioni di consigliere del governo per le materie giuridiche, questo per evidenziare il ruolo preponderante del governo ritagliato in questa procedura.

Il Protect Ip Act non è altro che una riscrittura del COICA (Combating Online Infringement and Counterfeits Act), che non fu approvato nel 2010, ed è molto simile al SOPA (Stop Online Piracy Act), proposta di legge H.R.3261 presentata alla Camera dei Rappresentanti Usa nell’ottobre del 2011, ribattezzata anche E-PARASITE (Enforcing and Protecting American Rights Against Sites Intent on Theft and Exploitation) Act.
Anche il SOPA prevede la possibilità di imporre ai fornitori di servizi online il blocco di un sito solo sospettato di violare il diritto d’autore o la legge sulla registrazione dei marchi, ma rispetto al Protect Ip Act fa dei passi in avanti, fornendo al governo americano, ma anche alle multinazionali, dei poteri vastissimi nei confronti dei provider. Questi saranno costretti a chiudere l’accesso ai siti, sulla base di un semplice sospetto di violazione del copyright, per non trovarsi a doverne rispondere in concorso come facilitatori.
 

Le proposte di legge in questione definiscono violazione del copyright (copyright infringement) ogni distribuzione di copie illegali, di prodotti contraffatti ed anche quando i fatti e le circostanze suggeriscono che il sito sia usato per favorire le attività in questione (inducing infringement). Il General Attorney potrà agire contro i soggetti titolari di un nome a dominio o di un sito straniero rivolto ai consumatori americani e che viola i diritti d’autore di un americano, ottenendo un ordine cautelare da un giudice, ordine rivolto direttamente verso i fornitori di accesso, i fornitori di servizi finanziari o pubblicitari del sito, e i motori di ricerca, i quali dovranno impedire l’accesso al sito e smettere di fare affari col sito medesimo. La legge autorizza anche i detentori dei diritti presunti violati ad ottenere tale ordine, ma solo nei confronti dei fornitori di servizi pubblicitari e di pagamento, i quali, precisa la legge, saranno immuni da conseguenza solo se cessano di fornire al sito in questione i loro servizi.
 

Il SOPA sostanzialmente mira a rimuovere il cosiddetto “safe harbor” (porto sicuro) dei provider previsto dal DMCA (Digital Millennium Copyright Act), il quale, similarmente alla direttiva ecommerce europea introdotta in Italia col decreto legislativo 70 del 2003, fa sì che il provider non debba rispondere delle violazioni dei suoi utenti consentendogli di offrire servizi online, come i blog e i social network, senza paura di subire azioni legali, purché vengano rimossi i contenuti illeciti in caso di notifica da parte del titolare dei diritti stessi.
Di conseguenza il SOPA comporterà la responsabilità indiretta dei provider, compreso i social network come Facebook e YouTube, per le violazioni poste in essere dai loro utenti, provider che saranno ritenuti responsabili della fornitura di contenuti online piratati, dai film ai prodotti farmaceutici.
 

Il punto più intrigante di queste proposte legislative è la possibilità, una volta ottenuto l’ordine del giudice, addirittura di bloccare i fornitori di servizi finanziari e pubblicitari, così tagliando anche i fondi del sito in violazione. In tal senso probabilmente si è voluto dare una copertura legislativa a quel meccanismo di blocco dei fondi che ha ben funzionato contro Wikileaks.

Ovviamente questi progetti di legge hanno ottenuto il favore delle multinazionali, specialmente quelle dell’intrattenimento e le case farmaceutiche, ma, non certo inspiegabilmente, molte delle aziende che operano online si sono schierate contro, realizzando una strana contrapposizione tra le industrie tecnologiche e quelle tradizionali. Google, Facebook, Twitter, Zynga, eBay, Mozilla, Yahoo, AOL e LinkedIn, con una lettera si sono rivolte al Congresso precisando di essere contrarie ad una proposta legislativa che esporrebbe gli utenti della rete rispettosi della legge ad una evidente privazione di diritti, e le aziende tecnologiche a nuovi impegni gravosi ed incerti. Le leggi in questione, infatti, imporrebbero ai provider un monitoraggio costante dei siti web, con notevole aggravio di costi e di infrastrutture, oltre a determinare un carico maggiore sull’intera rete.
Eric Schmidt, Ceo di Google, ha accusato: “I would be very, very careful if I were a government about arbitrarily [implementing] simple solutions to complex problems”.
Le critiche si sono anche premurate di evidenziare la possibilità di strumentalizzazione a fini di censura, ma gli sponsor della legge, invece, rigettano sdegnati tali accuse precisando che “esiste un’importante differenza tra la libertà di parola e il furto di beni o servizi. È assurdo ed offensivo tentare di tracciare un parallelismo tra dissidenti politici e chi nega la libertà religiosa e quelli che non potranno più guadagnare soldi impegnandosi in attività illegali nel furto”. Parole molto simili a quelle che l’industria dell’intrattenimento, e non solo, utilizza per difendere l’italiana delibera AgCom.
 

Se consideriamo che la gran parte dei fornitori di servizi online (pensiamo ai motori di ricerca) è situata negli Usa, è facile ritenere che l’impatto sull’intera rete mondiale sarà enorme, di sicuro maggiore dei blocchi imposti da paesi come l’Iran e la Cina. Gli Usa, dopo anni di critiche a quei paesi, definiti illiberali ed antidemocratici, stanno percorrendo la medesima strada che li porterebbe a realizzare un Grande Firewall a stelle e strisce, che si ripercuoterebbe, però, sulla libertà di navigare di tutto il mondo. Ecco perché negli Usa molte associazioni, aziende, ma soprattutto i cittadini, si stanno mobilitando per bloccare il Protect Ip Act e i suoi successori, fino ad istituire l’American Censorship Day.
 

Secondo il Budget Office del Congresso, l’implementazione delle suddette leggi costerebbe al governo federale 47 milioni entro il 2016 per coprirne i costi, costi che precedentemente erano a carico dei titolari dei diritti d’autore che dovevano portare avanti azioni giudiziarie lunghe e costose col rischio di vedersi rigettare le istanze perché, ad esempio, un giudice riteneva l’uso di quel contenuto specifico legale secondo le norme sul fair use. Dopo questa legge il costo della tutela delle multinazionali verrà scaricato sul governo, quindi sui cittadini, come è accaduto in Francia, e forse domani accadrà in Italia a seguito dell’approvazione della delibera AgCom.
 

In conclusione è preoccupante dover osservare che la tendenza globale è di incamminarsi sulla strada della privatizzazione della tutela dei diritti delle multinazionali, facendo carico al governo delle spese dovute nonostante si tratti di interessi puramente economici e situazioni di questo genere normalmente dovrebbero essere sviluppate come normali cause giudiziarie.
La differenza con la realtà italiana, però, è evidente, negli Usa il dibattito su queste norme draconiane si sta svolgendo nelle opportune sedi legislative, mentre in Italia il tutto si realizza nelle chiuse stanze dell’AgCom, il quale solo dopo forti pressioni da parte dell’opinione pubblica ha deciso di aprirsi ad una consultazione pubblica, anche se, leggendo l’ultimo testo, parrebbe che al momento dei pareri esterni non si sia fatto alcun tesoro.
Adesso è importante guardare a ciò che accade negli Usa, prima di tutto per l’impatto che avrebbe su tutto il web l’approvazione di norme così restrittive, ma anche perché tale approvazione sarebbe un evidente segnale per tutti gli altri paesi, compreso l’Italia.
 

Quando si parla di leggi che inaspriscono la tutela del copyright i detrattori le accostano alla censura, gli estimatori invece riducono il tutto al furto dell’opera altrui.
Il problema in realtà è di chi decide cosa sia furto e quando si è in presenza di una violazione dei diritti altrui, perché se tale valutazione viene demandata interamente ad un giudice terzo il problema non sussiste, ma se si giunge al punto che la valutazione, anche solo in fase cautelare sufficiente però per l’oscuramento del contenuto online, sia effettuata dal titolare dei diritti, si può scadere facilmente in abusi.
Osservate bene l’immagine in testa all’articolo, la famosissima immagine del fotografo Nick Ut, scattata l’8 giugno del 1972 in Vietnam, e ritraente un gruppo di bambini in fuga dopo un bombardamento al napalm, una foto divenuta il simbolo della guerra del Vietnam e che ha orientato notevolmente l’opinione pubblica americana contro quella guerra. E se qualcuno, invece, sostenesse che quella foto deve essere oscurata perché, ritraendo bambini nudi, è da considerarsi pedopornografica?