Sembra di esagerare, ma a ben pensarci la protesta nata in Iran potrebbe essere un ottimo terreno di test per capire quali sono i margini di tenuta delle libertà in rete. I fatti sono notori: in Iran sono sorte delle proteste a seguito di presunti brogli elettorali, che hanno portato in piazza moltissimi cittadini, per lo più giovani. Ricordiamo che circa il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni.
La risposta del governo è stata brutale, repressiva, e si sono spinti fino a censurare blog e l’intera rete. Il traffico internet è controllato e censurato, e gli stessi giornalisti sono mal visti e confinati. Il governo ha anche spento gli sms, i siti di relazioni in rete, come Facebook, e tutto ciò che avrebbe permesso la diffusione di notizie verso gli altri paesi. Secondo il Wall Street Journal, l’Iran utilizza la Deep Packet Inspection per poter controllare i contenuti che viaggiano in rete, e tutte le comunicazioni.

Ma dopo un primo periodo di oscuramento, le notizie hanno ripreso a fluire in rete nonostante tutti i tentativi di censura. I video dei sanguinosi scontri di piazza hanno ripreso ad essere postati su YouTube ed altre piattaforme online, e le notizie sono apparse in rete, per lo più su Twitter, rilanciate da tanti blog.
Quindi, le notizie appaiono prima sui siti privati che non si occupano principalmente di informazione, e solo dopo vengono, casomai, riprese dalle testate editoriali.

E questo, facendo un discorso generale, non a scapito della qualità, visto che spesso le fonti editoriali cannibalizzano i contenuti dei privati portandoli sui loro siti. La massa enorme di informazioni e notizie portata in rete ha relegato lo stesso New York Times a mero analista delle notizie relative alla crisi in Iran.
Potrebbe trattarsi di un passo importante verso una nuova forma di informazione, dove le notizie vengono dai cittadini e i giornalisti si limitano alle analisi e alle opinioni. Per la prima volta i blog bastano a se stessi, come fonti di informazione.

Ma l’aspetto forse più interessante è dato dal fatto che ormai l’uso della rete è diventato imprescindibile nei paesi dove governano regimi autoritari od irrispettosi dei diritti umani. I nuovi media consentono la realizzazione di un desiderio di partecipazione di massa alla vita politica, una partecipazione dal basso che sempre più spesso è impossibile o limitata dai governi. In particolar modo in Iran si è creato un vero e proprio fronte di protesta che dalla rete si è affiancato a quello della protesta di piazza. Il primo si è dato il compito di rilanciare quello che accade al secondo fronte, divulgandolo al fine di smuovere le coscienze.
L’Iran è ai primi posti mondiali per numero di blog attivi, e ciò lo si comprende, nonostante le infrastrutture non ottime, data la giovane età dei suoi cittadini. Questa partecipazione di massa alla rete ha consentito di rompere quel muro che divideva la popolazione iraniana dal resto del mondo, sia a livello informativo che culturale, consentendo da un lato una maggiore partecipazione politica, e dall’altro diventando parte della vita dei cittadini. Questo perché, come negarlo?, internet è anche un modo di divertirsi con social network, oppure con tutti quei siti che offrono contenuti ricreativi.
Paradossalmente il blocco della rete comporta una protesta di entrambi i tipi di navigatori, sia gli attivisti politici, sia quelli che cercano ricreazione in rete. Il fatto che i contenuti continuino a circolare in rete, nonostante i blocchi imposti dal governo, probabilmente dipende dall’impossibilità di un controllo capillare dell’infrastruttura internet, ma anche perché il governo iraniano preferisce controllare i contenuti piuttosto che bloccarli tutti, in particolare le comunicazioni in entrata.
In ogni caso l’Iran potrebbe essere il test per verificare quanto un governo può disporre a proprio piacimento della rete, ed impedire il suo uso e con esso l’esplicazione della libertà di informazione e di manifestazione del pensiero.