banda_larga_italiaImmaginare la propria vita senza internet è sempre più difficile, grazie al numero crescente di servizi in rete, alle sue incredibili potenzialità di comunicazione e all’offerta quasi infinita di informazioni.
La scommessa del futuro è quindi fornire a tutti, a costi accessibili, la banda larga per poter accedere alla rete ed usufruire agevolmente dei suoi servizi, quindi porre fine al digital divide, cioè il divario esistente tra chi può accedere alle nuove tecnologie (internet prima di tutto) e chi no, è uno dei punti di forza di molti governi. In Europa i governi si sono impegnati tantissimo in questo senso, consapevoli che internet ha anche un ritorno notevole dal punto di vista economico, in Italia le cose vanno decisamente peggio.

In Italia solo il 20% dei cittadini ha la banda larga, rispetto ad una media europea del 24%. C’è da aggiungere che accumuliamo ritardo, visto che la crescita delle connessioni è dell’11% in Italia, a fronte di una media europea del 14%.
Il problema è legato a due fattori interconnessi, da un lato le infrastrutture che sono carenti e nella quali nessuno più investe. Una volta, quando la rete era statale, era appunto lo Stato ad investire, ed i servizi, il secondo fattore dell’equazione, seguivano. Adesso, che la rete non è più pubblica, nessuno più investe in essa, perché la carenza dei servizi rende l’investimento poco remunerativo. Insomma la scarsa domanda non giustifica la spesa. Ma, di contro, la scarsa domanda, l’assenza o quasi di servizi, dipende proprio dalle carenze delle infrastrutture. Un circolo vizioso dal quale non si riesce ad uscire.
Ecco perché si valutò necessario l’intervento dello Stato, da realizzarsi con 1,47 milioni di euro. Una parte destinata dal precedente governo, ed altra dalla Comunità Europea. Questo governo ci mette di suo 800 milioni, che poi alla fine sono quelli che vengono a mancare.
Questi 800 milioni di euro, necessari per sostituire l’attuale rete in rame con la fibra ottica, quindi per l’ammodernamento della rete ed altri miglioramenti, per il momento non sono stati ancora utilizzati. Alcuni giorni fa, infatti, il Cipe ha deciso di non stanziare quei soldi, e poi si è detto sarebbero stati utilizzati per gli ammortizzatori sociali, così sancendo che la banda larga non è una priorità del governo. Il Cipe, giova ricordarlo, non si occupa di politiche sociali, bensì di infrastrutture. 

Era stato redatto anche un progetto, il piano del viceministro delle telecomunicazioni Romani, di portare la banda a tutti già dal prossimo anno, promessa che era stata fatta anche dal ministro Brunetta, il quale ha presentato a sua volta un piano per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Entrambi probabilmente non saranno attuati per mancanza di fondi.
Secondo Romani il 13% degli italiani (circa 8 milioni di persone) non ha una connessione internet oppure ha una connessione con banda insufficiente (640Kb), e quindi la situazione delle connessioni in Italia è talmente scarsa che non avrebbe alcun senso portare online le amministrazioni pubbliche.
Lo stesso Romani certifica, quindi, la situazione disastrosa della rete italiana, con le Adsl che vanno a meno della velocità nominale. Secondo uno studio delle università di Oxford e Oviedo, basato su 24 milioni di test, risulta che la qualità reale delle connessioni italiane è di poco superiore a quella in Ucraina, e sotto gli altri paesi europei.

Ma il punto fondamentale è che gli investimenti in rete sono un incentivo per l’economia. Già il piano Romani prevedeva la creazione di circa 50.000 posti di lavoro in un comparto strategico come è quello delle telecomunicazioni.
Le critiche a questa decisione di bloccare gli 800 milioni sono venute un po’ da tutte le parti, a cominciare da Confindustria che ritiene che in questo modo aumenterà la differenza tra l’Italia e gli altri paesi nel comparto tecnologico, soprattutto in considerazione del fatto che la rete è un elemento fondamentale, oggigiorno, per l’economia. Il piano per ridurre il digital divide, secondo Confindustria, è strategico sia per l’inclusione sociale dei cittadini, sia per l’efficienza dell’amministrazione pubblica, ma anche per la competitività delle piccole e media imprese. Si mette in evidenza anche che le risorse investite nel settore delle telecomunicazione e in genere in quello tecnologico e dell’innovazione digitale, ha un ritorno benefico sul Pil. Si valuta che ogni euro investito nella banda larga ne produce almeno due di aumento di attività economica e di Pil.
Il ministro dello Sviluppo economico ha sottolineato che la banda larga, secondo le stime dell’Unione Europea, potrebbe portare un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2015, facendo da volano all’occupazione, ed anche una crescita dell’economia europea di 850 miliardi di euro. Rischiamo di aumentare il gap tra la nostra economia e quelle dei paesi europei.
Anche Assointernet, la federazione delle concessionarie pubblicitarie, ha sottolineato l’importanza di internet per uscire dalla crisi, per creare posti di lavoro e attività economica. Le aziende diventano più competitive perché lavorano più rapidamente, riducono i costi, i viaggi ed i trasporti si riducono, scendono le spese per la pubblica amministrazione, ed aumenta anche il risparmio energetico.
Invece, il piano per portare internet al 96% degli italiani, a quanto pare rimarrà fermo, per il momento, con tutte le conseguenze del caso, sul piano economico ma anche su quello sociale.

C’è da dire che sarebbero comunque disponibili 250 milioni, stanziati dal precedente governo. Infatti il piano Romani prevede 1,47 miliardi. Sottratti gli 800 milioni di questo governo rimarrebbe, il resto della cifra. 250 milioni, però, avrebbero solo l’obiettivo di connettere in fibra ottica alcune delle tremila centrali Telecom che oggi non possono offrire banda larga. A tali soldi si potrebbero aggiungere fondi della Comunità Europea. Ma per completare l’obiettivo minimo, per portare l’Italia al pari degli altri paesi europei, cioè portare la connessione internet a tutti gli italiani e a livello accettabile, cioè almeno i 2Mb, occorrevano gli 800 milioni bloccati dal Cipe.
Si parla di un obiettivo minimo, in quanto gli altri paesi sono più avanti anche con i piani di rimodernamento, ad esempio la Finlandia ha stabilito per legge il diritto di ogni cittadino di avere una connessione a banda larga entro il 2010, connessione che sarà portata a 100MB entro il 2015.

In conclusione, sono anni che si discute di ammodernamento della rete di connessione ad internet, che, come dicono gli studi, nonché più o meno tutti a partire alla Comunità Europea, porterebbe innegabili vantaggi all’economia del paese, alle attività produttive in genere, ma nonostante ciò l’Italia è ancora al palo.
Le ragioni di queste scelte poco logiche non sono soltanto dovute alla crisi economica, che quindi renderebbe necessario spostare i fondi in questione, e nemmeno ad un gap culturale e generazionale, infatti i politici italiani, notoriamente di età media superiore ai 60 anni, e quindi maggiore rispetto alla media degli altri paesi europei, sono poco avvezzi al mezzo informatico, tanto che molti di loro si vantano di non averne mai fatto suo.
E’ da notare come siano svariati gli attacchi alla rete, specialmente dalla carta stampata e soprattutto dalle TV, che mostrano la rete come un luogo pericoloso, che dà dipendenza, che consente la commissione di reati. Sicuramente è la risposta di un media vecchio che vede la rete come il nuovo che potrebbe togliergli larghe fette di guadagni. Ma probabilmente ci sono esigenze più profonde, come la crisi del sistema televisivo e dell’editoria, sistemi che, come si rivela sempre di più ogni giorno, la classe politica controlla più facilmente e sfrutta per interessi propri, e per la propria perpetuazione.

È un dato di fatto che la penetrazione della rete nell’Italia è tra le più basse d’Europa, e che l’Italia è il solo paese europeo a non avere un piano sistematico per le autostrade digitali. Forse, qualcuno teme che l’esplosione della rete possa contribuire ad affossare ulteriormente il settore televisivo e dell’editoria, come di fatto è avvenuto in altre realtà, come gli USA.
Il confronto è facile da fare, la storia recente degli USA è fatta da quelli che qualche anno fa creavano Google, Twitter e Facebook, e lo stesso Obama è stato portato alla presidenza grazie al popolo della rete. In Italia la storia è completamente diversa, ed è fatta da chi gestisce la televisione, concorrente principale della rete.