Net neutralityA fine luglio la Commissione europea ha lanciato una consultazione pubblica sulla neutralità della rete, consultazione alla quale tutti possono partecipare, compreso i consumatori e gli utenti della rete. L'intento è di capire quali siano le iniziative utili e necessarie per la conservazione di una internet aperta ed accessibile nella quale non siano compressi i diritti fondamentali degli utenti, in primis quello di accedere liberamente alle informazioni, ma anche ovviamente il diritto alla tutela della privacy.

Già nel 2010 fu avviata analoga consultazione seguita da un vertice congiunto tra Commissione e Parlamento europeo. Nel maggio del 2012 il BEREC, cioè l'organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche, ha pubblicato i risultati di una indagine sulla neutralità della rete internet, esaminando la qualità del servizio, la trasparenza, le problematiche sulla concorrenza ed altri aspetti.
Le conclusioni del BEREC non sono molto incoraggianti, evidenziando scarsa possibilità di scelta da parte dei consumatori, in taluni casi addirittura impossibilità per l'assenza di una effettiva concorrenza, e soprattutto una scarsa trasparenza in relazione all'applicazione di filtri o limitazioni al traffico, sia a quello p2p o voip che al traffico su rete mobile.

Secondo il BEREC almeno il 20% degli utenti ha contratti che consentono ai loro provider di imporre limitazioni di traffico.

Date queste risultanze non certo positive, la Commissione ha ritenuto essenziale procedere con una nuova consultazione al fine di avviare una azione mirata a tutelare i consumatori ma anche a responsabilizzarli, rendendoli consapevoli dei proprio diritti e potandoli a conoscenza delle possibili azioni contro eventuali abusi. La Commissione ritiene essenziale che si instauri una effettiva concorrenza, perché solo la possibilità di cambiare operatore garantisce concretamente il consumatore.

Ma in cosa consiste esattamente la neutralità della rete (net neutrality)? Il termine "net neutrality" è stato coniato solo di recente, ma il concetto risale al 1860, ai tempi del telegrafo, quando una legge federale degli USA recitava: "...i messaggi ricevuti da ogni individuo, compagnia, o corporazione, o da ogni linea telegrafia che si connetta a questa a uno dei due capi, deve essere trasmesso in modo imparziale nell'ordine di ricezione, tranne per i messaggi del governo che debbono avere priorità" (An act to facilitate communication between the Atlantic and Pacific states by electric telegraph, 16 giugno 1860).
Oggi potremo definirla come il principio secondo cui i fornitori di servizi online devono trasportare le comunicazioni degli utenti fino a destinazione senza alcuna discriminazione, senza privilegiare un contenuto su un altro o filtrarlo.

Occorre però discernere tra servizi e contenuti. Se pensiamo ai servizi, Skype è un ottimo esempio di servizio che senza la neutralità non esisterebbe nemmeno perché in concorrenza con i gestori di telefonia tradizionali che generalmente sono anche access provider.
Ma la neutralità riguarda anche, e soprattutto, i contenuti degli utenti.
Il punto focale sta proprio in questa distinzione tra servizi e contenuti. Lo slogan della neutralità infatti è "all bits are created equal", cioè è riferita ai contenuti non ai servizi, per cui se io immetto un video in rete tutti devono avere la possibilità di vederlo.
La gerarchizzazione o prioritizzazione dei servizi, invece, non è cosa nuova, lo si fa sempre al saturarsi delle risorse. Ed anche la banda della rete alla fine è una risorsa, in alcuni paesi (come l'Italia) anche piuttosto scarsa. Ecco perché è ammissibile una limitazione dei servizi, che del resto è già attuata da molti provider (in genere per le connessioni mobili, per il p2p, per il voip). Il problema in tale campo è, semmai la trasparenza, il provider che applica limitazioni dovrebbe essere obbligato a dichiararlo (come in Italia), così che gli utenti possano scegliere consapevolmente il fornitore di accesso alla rete. Il passo successivo, ovviamente, è di garantire la concorrenza, perché se l'utente ha a disposizione un solo provider è chiaro che tutto il discorso cade immancabilmente.
Cosa ben diversa è invece l'applicazione di filtri sui contenuti. Non che non accada, esistono già delle normative che obbligano i provider a filtrare contenuti pedopornografici e di scommesse online. Ma ciò avviene perché delle specifiche leggi lo prevedono, mentre non dovrebbe essere ammissibile che il provider possa autonomamente decidere di applicare filtri sui contenuti, in tal modo infatti si aprirebbe la strada ad una forma di censura inammissibile per un paese democratico.

Per fare un esempio, è come l'autostrada. Chi paga può accedere all'autostrada come alla rete internet, ma il viaggio dipende dall'auto che si usa, come la navigazione dal contratto col provider. Quello che dovrebbe essere garantito non è che tutti viaggino allo stesso modo, ma che tutti, pagando, abbiano l'accesso alla rete, e che l'accesso non sia revocato per il semplice scaricamento di 3 file musicali, come non può essermi tolto l'accesso all'autostrada perché ho causato un incidente una volta. Casomai l'autorità amministrativa potrà togliermi la patente, ma questo è altro discorso.
Allo stesso modo non deve essere vietato l'accesso alla rete sulla base dei contenuti, cioè quello che viene scritto deve andare in rete, salvo l'ipotesi di dover rispondere di un eventuale reato dopo la pubblicazione.
Questa è, semplificando, la neutralità della rete.

Il discorso in realtà sarebbe davvero molto complesso, perché se ci pensiamo bene i contenuti sono ormai "filtrati" dappertutto, anche se non è proprio corretto parlare di filtri. Dalla nascita dei social network sempre più persone si informano tramite di essi, e quindi leggono le notizie che gli arrivano sul social, linkate da amici o contatti. Ma la selezione dei contatti già di per sé è una selezione delle notizie, se poi aggiungiamo che anche i motori di ricerca ormai sono personalizzati, cominciamo a capire che noi leggiamo quello che decide l'algoritmo matematico del motore di ricerca o del social network. Gli algoritmi di personalizzazione guardano cosa scegliamo online, e poi ci ripropongono quello che essi valutano essere di nostro interesse (di nostro interesse come consumatori ovviamente, non come persone!). Come dire che lo spazio pubblico comune non esiste più, ma in pubblico usufruiamo soltanto di tantissimi spazi privati personalizzati. E i guru di questa modificazione sono proprio i gestori dei social, come Mark Zuckerberg che una volta sostenne: "per un utente uno scoiattolo che muore nel suo giardino può essere più rilevante di tutte le persone che muoiono in Africa".

Se la promessa di internet era di collegarci con gente lontana per poterci confrontare con idee diverse, nel futuro la rete potrebbe essere sempre di più conformista, con i nostri vicini che assomigliano fin troppo a noi stessi e le notizie sono solo quelle che ci piacciono. Ma non è detto che quello che apparentemente ci piace sia quello che dobbiamo realmente sapere per essere cittadini informati di un paese.

La consultazione della Commissione europea si chiude il 15 ottobre 2012.