L’AgCom emana il primo regolamento relativo al decreto Romani, decreto legislativo che in attuazione di una direttiva europea ha inteso ridisegnare l’intero panorama comunicativo, sia relativamente alla televisione che ad internet, andando addirittura oltre gli intenti della direttiva con l’applicare le medesime regole delle televisioni anche alle comunicazioni visuali in rete, nonostante le ovvie differenze tra i due mezzi.
Per fortuna il regolamento in versione finale, che comunque non risulta ancora pubblicato, si presenterebbe molto diverso rispetto alla prima versione, dove si prevedevano autorizzazioni preventive per la trasmissione di video online in modalità lineare e una Dia per la modalità in streaming, un versamento di circa 3.000 euro annui, ed una serie di adempimenti burocratici che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi web Tv di piccola e media grandezza.
Il punto è che il decreto in questione, sulla base della prima stesura del regolamento, si sarebbe applicato a tutte le web Tv, cioè a tutti i soggetti che trasmettono video o audio online, con esclusione dei soli siti privati che non svolgessero attività commerciale, cioè senza guadagno alcuno.

Dopo varie mesi di critiche e proteste al decreto e al suo regolamento attuativo, considerato troppo oneroso per le web Tv, che in sostanza venivano parificate ai canali televisivi come la Rai, l’AgCom, a seguito di una consultazione, ha modificato il regolamento emanando una versione decisamente più snella, con numerose semplificazioni.

Il primo elemento di spicco è che il decreto si applicherà solo alle web Tv o web radio con un fatturato superiore ai 100mila euro l’anno, con l’obbligo di dare comunicazione dell’inizio dell’attività, e quindi senza più necessità di autorizzazioni preventive, e con un contributo una tantum ridotto a 500 euro per le web Tv e 250 per le web radio, senza però differenziare tra trasmissione lineare e on demand.
Ovviamente le emittenti web dovranno sottostare ai regolamenti ed agli adempimenti burocratici delle televisioni tradizionali, anche se non si capisce come potrà un sito di video on demand rispettare negli orari di trasmissione le fasce protette per i minori, ma le modifiche rispetto alla prima versione, in particolare la limitazione alle emittenti con un certo fatturato è sicuramente un passo in avanti.

In tal modo, infatti, il decreto risparmierà una marea di piccole emittenti in rete, che si contano in circa 5000, come le tivù che raccontano l’Italia degli immigrati, quelle che raccontano un punto di vista alternativo oppure strettamente locale, fino a giungere alle micro web Tv che nascono addirittura in un condominio, tutte piccole realtà che si basano per lo più sul volontariato e che non avrebbero mai potuto sopportare balzelli e burocrazia propri dei grandi canali televisivi. Si tratta, quindi, di realtà nate dall’impegno sociale di tanti e che solo da poco cominciano a svilupparsi, raccogliendo anche 10 milioni di spettatori al mese, con un mercato potenziale di pochi milioni di euro l’anno, ma sicuramente in rapida crescita. Si tratta, per cui, di un segmento che è destinato ad intaccare progressivamente fette di marcato ai broadcaster tradizionali, che solo da poco stanno iniziando a riproporre sul web i propri programmi. Qualcuno ha appunto voluto vedere nel decreto Romani un tentativo di limitare i danni ai grandi network televisivi, in quanto altrimenti riuscirebbe incomprensibile la parificazione burocratica delle web Tv alle televisioni tradizionali. Le limitazioni delle Tv tradizionali, infatti, sono dovute alla scarsità delle frequenze, scarsità che non sussiste, invece, nell’ambito della rete, per cui non ha molto senso l’esigenza di imporre delle autorizzazioni preventive per trasmettere in rete.

Quindi stavolta si può dire che tutto sommata non è andata male, e l’AgCom ha sostanzialmente dovuto ammettere che le web Tv non sono equiparabili alla televisione generalista, e quindi non sono sottoponibili, almeno non tutte, agli adempimenti burocratici e ai controlli tipici di una televisione. L’idea di molte micro web Tv è semplicemente quella di manifestare le proprie idee in rete, con telecamera a spalla invece che con semplici articoli di testo su un blog, e questo principio, mai messo in discussione in altri paesi democratici, col nuovo regolamento non sarà sottoposto ad un’autorizzazione preventiva statale.

L’ultimo appunto riguarda le modalità piuttosto vaghe con le quali sarebbero state affrontate le realtà dei social network, quei siti di aggregazione di contenuti basati anche, o solo, su video, come YouTube, che poi in realtà sono quei siti che al momento danno maggiormente fastidio ai canali televisivi tradizionali. Secondo alcune indiscrezioni anche i siti con video generati dagli utenti, i siti di condivisione video, sarebbero soggetti alle norme del decreto se vi è responsabilità editoriale e se il sito fa concorrenza ai tradizionali canali televisivi.
Per quanto riguarda il primo elemento, si deve ricordare che la responsabilità editoriale è intesa come “l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, ivi inclusi i programmi dati, sia sulla loro organizzazione in un palinsesto cronologico, nel caso delle radiodiffusioni televisive o radiofoniche, o in un catalogo, nel caso dei servizi di media audiovisivi a richiesta”, pertanto potrebbe anche accadere che la selezione dei video più belli possa essere ritenuta una scelta editoriale, così sottoponendo YouTube e simili al decreto Romani. Sotto questo profilo è interessante ricordare un recente ordinanza del Tribunale di Milano che ha, appunto, condannato YouTube a rimuovere dei video di Mediaset dai propri server, ritenendo sussistente proprio una responsabilità editoriale del noto sito sui contenuti immessi dagli utenti.
Per l’altro parametro, cioè la concorrenza ai canali Tv, al momento non ci sono elementi per una sua valutazione in concreto.
Di sicuro, invece, rientra nella definizione del regolamento il sito YouReporter, uno dei siti di giornalismo partecipativo di maggior successo, le cui video inchieste realizzate dai cittadini che si trovano sul luogo del fatto vengono riprese anche dai telegiornali.

In ogni caso anche questa stesura del regolamento ha raccolto un certo numero di critiche, in particolare dai Radicali, e da Agorà Digitale che ha già annunciato la disobbedienza civile contro il regolamento dell’AgCom, in quanto ritengono che la limitazione ai siti con fatturato superiore ai 100mila euro è solo un palliativo, come “creare la riserva indiana delle web tv o web radio amatoriali”, e che invece occorrerebbe rigettare “il principio dell'equiparazione delle regole dell'industria radiotelevisiva italiana ad Internet. La forza della rete è sempre stata quella di rappresentare innovazione, anche nel campo dell'informazione professionale, senza la necessità di chiedere autorizzazioni, pur nel rispetto delle leggi. Conosciamo purtroppo molto bene quale sarà la fine del web se esso verrà assoggettato alle stesse regole che hanno portato all'attuale disastro del sistema radiotelevisivo italiano”.