Legge SindeIl nuovo governo spagnolo non ha perso tempo nell’approvare misure restrittive contro il file sharing non autorizzato, e venerdì 30 dicembre ha approvato il regolamento attuativo della cosiddetta legge Sinde, dal nome del ministro della Cultura uscente.
La legge, approvata nel febbraio del 2011 ma mai attuata fin'ora, si pone in netta controtendenza rispetto alle pronunce della magistratura spagnola che ha sempre ritenuto, in ossequio alla direttiva europea ecommerce, che la responsabilità dell’immissione di contenuti illegali in rete fosse personale dell’utente, e non potesse trasferirsi in qualche modo sulla piattaforma che ospita il contenuto, a meno che non sia provabile un coinvolgimento diretto del sito. I giudici più volte hanno affermato che i siti di indicizzazione per i file torrent ed il P2P non sono altro che motori di ricerca (come Google in sostanza), e quindi sono stati ritenuti legali, così come il linking, ed anche il P2P per uso personale e senza scopo di lucro, paragonandolo al diritto di copia privata.

È cosa risaputa che ci sono state forti pressioni da parte degli Stati Uniti verso alcuni governi europei, principalmente quello spagnolo e quello italiano, ed è forse per questo che la Sinde si presenta come una versione simile, ma più dura, di Sopa. Forse adesso quelle pressioni hanno ottenuto uno sbocco positivo, consentendo a tale legge draconiana di essere finalmente attuata col nuovo governo.
Ovviamente sarebbe un errore ritenere che la legge sia dovuta solo a pressioni esterne, è anche il tentativo di aumentare investimenti locali nei servizi di streaming. Molte compagnie statunitensi, come Netflix, infatti, parrebbero interessate qualora siano poste in essere misure drastiche contro il file sharing illegale. Insomma, una sorta di apripista per gli investimenti a stelle e strisce in Spagna.

La legge Sinde consente alle autorità di chiudere direttamente i siti ritenuti illeciti o dediti ad attività di favoreggiamento della pirateria, o di bloccarli a mezzo dei fornitori di servizi online. Sarà il Comitato per la Proprietà Intellettuale, quindi un organo amministrativo, ad avere il potere di agire sia contro i siti che contro i soggetti che forniscono le infrastrutture a tali siti, quindi i provider, il tutto da realizzare nei 10 giorni dalla denuncia da parte dei titolari dei diritti.

La normativa in questione va ben oltre la discussa Hadopi dai “three strikes”, che impone la cancellazione del contratto di connessione dell’utente dopo 3 infrazioni al diritto d’autore. La legge Sinde garantisce piena autonomia alle autorità nella chiusura di siti e piattaforme di scambio, senza alcun obbligo di distinguere tra contenuti ad uso personale e senza scopo di lucro e contenuti per profitto, e senza nemmeno discernere eventualmente contenuti soggetti alle utilizzazioni libere previste dal diritto d’autore.
 Secondo la legge ogni contenuto immesso online a scopo di lucro o che semplicemente può (quindi non c’è alcun bisogno di provare l’esistenza di un danno effettivo, che è presunto) causare danni economici al titolare dei diritti può essere eliminato. In tal modo appare evidente che qualsiasi contenuto e qualsiasi sito o portale online, compreso i social network dove vengono immessi tantissimi link al punto da renderli incontrollabili tutti, sono a rischio.
E il tutto saltando il fastidioso (per le multinazionali) passaggio dinanzi alla magistratura, il cui ruolo sarà estremamente limitato poiché la sussistenza di un illecito sarà stabilita solo dal Comitato. Il giudice avrà il compito di autorizzare o meno l’attuazione delle decisioni dell’organo amministrativo.

A questo punto l’industria dell’intrattenimento, specialmente le aziende statunitensi, sarà ben contenta del nuovo corso della Spagna in materia di pirateria online, con la loro personale interpretazione della legge Sopa americana. Negli Usa Sopa è rivolta contro i siti web su server esteri, mentre la Sinde ha una portata addirittura più ampia, rivolgendosi a tutti i siti, al punto che è facile pensare che dagli Usa molti guarderanno alla Spagna come apripista per versioni più restrittive della legge antipirateria. In ogni caso non è un buon segnale per l’Europa intera.