Mark ZuckerbergIo sono il primo ad ammettere che abbiamo fatto un sacco di errori” (I'm the first to admit that we've made a bunch of mistakes).
Queste le parole di Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook, nell’annunciare l’accordo con la Federal Trade Commission statunitense in materia di privacy.
Da tempo il noto social network era sotto pressione per l’allegra gestione dei dati degli utenti, in particolare gli si additavano le troppo frequenti innovazioni che rendevano difficile per gli iscritti raccapezzarsi tra le innumerevoli impostazioni per gestire la condivisibilità dei dati personali e dei contenuti. Un continuo rimescolio di settaggi sempre più spesso ispirati all’opt out, cioè di default i dati erano condivisi con gli altri, a meno che l’utente non disponesse diversamente all’interno del suo profilo. Con ovvie ricadute sugli utenti che, non consci dei continui cambiamenti, lasciavano i loro dati esposti al pubblico.

Adesso la situazione dovrà necessariamente cambiare, e ogni volta che Facebook deciderà di modificare le impostazioni per la condivisione, dovrà avvisare gli utenti. Insomma, niente più esposizione totale di dati senza un preventivo consenso degli iscritti, i quali saranno avvisati dei cambi di impostazione e potranno gestire come preferiscono le modalità di condivisione delle loro vite virtuali, senza doversi preoccupare che improvvisamente tutte le loro foto e i commenti, anche quelli “per pochi intimi”, siano esposti al vasto pubblico degli utenti di Facebook. E niente più troppo frequenti cambi unilaterali di impostazioni.
Quindi si passerà dall’applicazione del principio dell’opt out, all’opt in, lasciando agli utenti la possibilità di attivare la condivisione dei contenuti. E l’Ftc controllerà per i prossimi 20 anni il rispetto degli accordi.

In realtà, come già precisato, non c’è nulla di sorprendente in ciò. Se da un lato la raccolta ed il successivo utilizzo a fini di marketing sempre più personalizzato dei dati degli utenti è lo scopo finale di realtà quali Facebook, per cui la “trasparenza” anche eccessiva di tali informazioni contribuisce alla crescita del business, dall’altro c’è l’esigenza di non subire procedure amministrative od addirittura giudiziarie per i cosiddetti “errori”. E tale esigenza si fa sempre più pressante da quando Zuckerberg ha deciso di quotare in borsa la sua creatura. Per essere hot, come dicono negli Usa, cioè in questo caso appetibili in borsa, l’azienda di Zuckerberg deve presentarsi con il suo abito migliore e senza ombre.

Infatti, praticamente in contemporanea con l’annuncio dell’accordo con l’Ftc sono riaffiorate le voci sulla quotazione di Facebook, quotazione annunciata da fin troppo tempo ma mai attuata. Oggi veniamo a sapere che Facebook sbarcherà in borsa tra aprile e giugno del 2012, con la fantasmagorica valutazione di 100 miliardi di dollari, e con una ipo da ben 10 miliardi. Parliamo di una azienda con 800 milioni di utenti, circa 4000 dipendenti, e un paio di miliardi di fatturato nel 2011, come dire un redditività di mezzo milione per dipendente dove ogni nuovo utente apporta circa 3 dollari di fatturato ma ben 125 di valutazione dell’azienda.

Un dubbio, però, sorge spontaneo notando che, come precisato nello stesso comunicato dell’Ftc, Facebook in passato ha più volte promesso delle modifiche alle impostazioni sulla privacy che fossero più attente agli utenti, senza però mai mantenere tali promesse.
Paradossalmente potremmo dover ammettere che, più che la paura di procedimenti giudiziari per violazioni della normativa sulla privacy, Facebook si è convinta a concedere più attenzione ai diritti dei cittadini dai tanti soldi che gli porterà lo sbarco in borsa!