tele-marketingL’Italia è uno dei paesi con la normativa più stringente in materia di privacy, ma tutto questo potrebbe cambiare se venisse approvato il disegno di legge presentato a maggio da Della Vedova (PDL) e Gozi (PD) in materia di direct marketing.
Già in precedenza, con il decreto legge cosiddetto “mille proroghe” si autorizzava la prosecuzione, fino al 31 dicembre del 2009, dei trattamenti aventi ad oggetto dati personali contenuti in banche dati costituite in base ad elenchi telefonici pubblici formati fino al primo agosto del 2005. E ciò avveniva in deroga alla normativa sulla privacy che prevede l’inutilizzabilità di dati estratti da elenchi pubblici a fini diversi, come appunto può essere il loro utilizzo per inviare proposte pubblicitarie.
Di fatto quella norma consentiva il perpetuarsi di un illecito, contro il parere del Garante sulla privacy. Quest’ultimo intervenne proponendo una interpretazione restrittiva della norma, scongiurando che la proroga fosse utilizzata per costituire nuove banche dati degli utenti, al fine di direct marketing, anche dopo la scadenza del dicembre 2009.

Il nuovo disegno di legge, appoggiato sia dal PDL che dal PD, stabilisce che devono essere gli intestatari di utenze telefoniche a manifestare la propria volontà di non vedere il proprio numero inserito negli elenchi pubblici e utilizzato per fini promozionali. In assenza della manifestazione di volontà in tal senso, si presume il consenso dell’utente alla pubblicazione del suo numero negli elenchi telefonici, e al suo utilizzo a fini di direct marketing, ma tali dati potranno essere accessibili da chiunque per scopi e finalità anche ulteriori rispetto al solo direct marketing.
E’ pacifico che in questo modo si capovolge il principio base della normativa italiana in materia di privacy, passando dall’opt-in, che prevede il preventivo e necessario consenso dell’utente al trattamento dei dati personali, senza nessuna eccezione, all’opt-out, che invece prevede la possibilità di iniziare un trattamento dei dati personali anche senza autorizzazione, salvo che l’utente, dopo aver ricevuto la proposta pubblicitaria, comunichi il proprio dissenso all’utilizzo dei propri dati in tal senso.
Il disegno di legge in questione viene presentato come una panacea contro le telefonate moleste, portando come soluzione il principio dell’opt-out, ma tale argomentare è ovviamente falsante in quanto l’attuale legislazione italiana è molto più avanti e decisamente più restrittiva per le società di direct marketing. Si sostiene che con l’opt-out sarebbe più facile il controllo di chi va contro la legge, quando in realtà è il contrario. A parte l’ovvia considerazione che si costringe l’utente ad attività defatiganti, quali comunicare il proprio dissenso più volte, con tutti i problemi del caso (come comunicare il dissenso ? che succede se questo dissenso non viene correttamente registrato ?), la normativa attuale è quella più semplice in assoluto, perché presumendosi il dissenso dell’utente, anche in assenza di comunicazione, è pacifico che è l’azienda ad essere in torto, a meno che non riesca a dimostrare di aver ricevuto un consenso espresso. Nel caso previsto dal disegno di legge, invece, si ribalta il tutto, e si costringe l’utente a dimostrare di aver comunicato il proprio dissenso.

Ad ulteriore beffa l’eventuale dissenso espresso dall’utente, e quindi la manifestazione di volontà di non essere disturbato da telefonate promozionali, ha un’efficacia di solo 24 mesi, trascorsi i quali, se il dissenso non viene rinnovato, si presume il consenso all’utilizzo libero dei dati personali.
Il principio dell’opt-out è proprio della legislazione statunitense, ma negli USA il dissenso una volta manifestato vale per sempre.
Ed infine, continua il disegno di legge, il dissenso comunicato, e appositamente registrato, ha effetto solo trascorsi 30 giorni dalla comunicazione. Nel frattempo le aziende possono continuare a tempestare di telefonate pubblicitarie il povero cittadino.

Quindi, in assenza di un dissenso espresso da parte degli utenti, i loro dati personali potranno essere utilizzati liberamente e saranno accessibili a chiunque, e ciò pare un favore enorme alle società di direct marketing, una misura di sostegno ad un comparto industriale in crisi e, di contro, un danno notevole per i cittadini, e un passo indietro per la tutela della privacy.