sexting
Un quattordicenne inglese, dopo aver inviato una propria foto che lo ritraeva nudo, tramite snapchat (software che consente di inviare messaggi che si autocancellano dopo pochi secondi) ad una compagna di classe, è stato inserito nel database dei criminali sessuali della polizia.
Il ragazzo ha inviato l'immagine mentre flirtava con la compagna di classe, ma quest'ultima ha salvato la foto e poi l'ha condivisa con altre persone. Del fatto è venuto a conoscenza il personale scolastico che ha avvertito la polizia.
In realtà il ragazzo non è stato arrestato, né accusato di alcun reato, ma l'inserimento nel database della polizia gli creerà problemi per i prossimi dieci anni, cioè per il tempo nel quale il suo nome rimarrà nell'elenco.
In particolare l'incidente potrà essere comunicato ai potenziali datori di lavoro che effettuano un controllo tramite il Disclosure and Barring Service (DBS), ente che permette l'identificazione di persone inadatte a specifici impieghi (es. con bambini).

Il ragazzo, imbarazzato dall'episodio, ha cominciato a mangiare da solo in biblioteca per non essere preso in giro dai compagni che hanno visto la foto. “Credo che nella migliore delle ipotesi è stato ingenuo”, ha commentato la madre, “e nel peggiore dei casi è solo un adolescente. È il sexting, è così che gli adolescenti amoreggiano oggi”.

Questo è l'effetto della nuova strategia nazionale che evidenzia l'importanza di evitare la criminalizzazione di comportamenti non rilevanti. In particolare le scuole hanno la possibilità di scegliere come procedere, e nel caso in questione hanno deciso di denunciare l'accaduto alla polizia. Anche la polizia ha la possibilità di scegliere le strade percorribili. Non dimentichiamo che il caso in questione implica da parte del ragazzo la produzione di materiale pedopornografico e la diffusione dello stesso, anche se l'immagine ritraeva se stesso. Quindi in teoria è un vero e proprio reato.

Col termine sexting si fa riferimento allo scambio di foto o video sessualmente espliciti o comunque inerenti la sessualità, spesso realizzati col cellulare e diffusi tramite SMS o MMS. Il nome deriva, infatti, dall'unione delle parole inglesi “sex” e “texting”. Anche se oggi sembra un comportamento abbastanza diffuso, non è un'attività innocua, anzi è foriera di numerosi rischi anche legali.

Scattare una foto in posa sensuale e inviarla al proprio fidanzato è una moda del momento, ma spesso non si tiene conto del fatto che quelle foto vengono conservate su un dispositivo, e quindi sono nelle mani altrui con tutti i rischi del caso. Immaginiamo il caso di un fidanzato che, quando i rapporti si deteriorano, comunque rimane in possesso delle foto, e che potrebbe diffonderle per “vendicarsi” (revenge porn). Oppure pensiamo alla diffusione di tali materiali per semplice scherzo. Le conseguenze psicologiche sul soggetto della foto possono essere devastanti.

Oltre alle conseguenze sulla vita sociale e la reputazione, sono soprattutto le conseguenze di ordine legale che devono essere tenute in conto. Ovviamente il sexting è legale se le parti coinvolte sono maggiorenni e consenzienti. Ma l'invio di tali materiali a soggetti non consenzienti può configurare il reato di molestie o stalking.
La Cassazione (sez. VI, sent. n. 32404/2010) ha infatti sostenuto che integra il reato di atti persecutori il reiterato invio alla vittima di sms o di messaggi di posta elettronica o postati sui cd. social networks, nonché la divulgazione su questi ultimi, di filmati ritraenti rapporti sessuali intrattenuti dall’autore del reato con la medesima vittima. Per non parlare, ovviamente, dell'illecito trattamento di dati personali (il volto) altrui. 
Nel caso di minori, inviare foto di tale tipo può configurare il reato di distribuzione di materiale pedopornografico, e il reato si realizza anche se l'autore delle foto è anche il soggetto che le diffonde. Il solo conservare tali foto nel proprio dispositivo può configurare il reato di possesso di materiale pedopornografico.

In Italia, ad esempio, è reato la produzione e successiva detenzione di materiale pedopornografico anche se non destinato alla diffusione. La Convenzione di Lanzarote e la Direttiva 2011/93/UE, infatti, prevedono la punibilità del reato di produzione di materiale pedopornografico indipendentemente dallo sfruttamento del minore, e il legislatore italiano non ha attribuito valore al consenso del minore ultraquattordicenne, nonostante la Convenzione di Lanzarote lo consentisse. Quindi, due minori che si ritraggono intenti in atti sessuali tra loro, consenzienti, sono comunque perseguibili per la produzione del video o delle foto, oltre che per l'eventuale diffusione.

Il problema è che le leggi che riguardano il sexting sono progettate per lo sfruttamento di minori da parte di adulti, e per proteggere lo sviluppo regolare della personalità del minore. Ma in assenza di sfruttamento del minore la normativa finisce per essere eccessivamente rigorosa. Una condanna per produzione di materiale pedopornografico nel caso in cui due minori si ritraggono mentre fanno sesso consenziente (quindi l'abusante coincide con l'abusato), appare essere decisamente eccessiva, come del resto l'essere bollati a vita come molestatori sessuali, come nel caso citato ad inizio articolo. 
Insomma non dovrebbe accadere che sia proprio il soggetto che si vuole protegger a finire per essere colpito dalla norma.

Aggiornamento:

Con la sentenza del 21 marzo 2016 n. 11675, la terza sezione della Corte di Cassazione ha precisato che la produzione e la cessione di materiale pedopornografico sono punibili solo quando il materiale sia stato realizzato attraverso l'utilizzo strumentale del minorenne ad opera di terzi. Il caso vedeva una minorenne effettuare degli autoscatti a contenuto pornografico (sexting) per poi cedere detto materiale, autonomamente, a terzi. Questi ultimi, ad insaputa della minore, provvedevano poi ad inviare, a loro volta, tali scatti ad altre persone.
La Cassazione ha ritenuto tutte le condotto non punibili.