videochatLa Cassazione, con la sentenza n. 37188 del 2010, stabilisce che è prostituzione anche l’esibizione di prestazioni sessuali a pagamento in videoconferenza, con clienti che interagiscono a distanza con la protagonista del video.
Con questa pronuncia la Cassazione conferma la condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Firenze nei confronti di un gestore di un night club, insieme alla sua segretaria ed il responsabile della sicurezza del locale, tutti accusati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione esercitata delle spogliarelliste del locale.
Gli imputati si sono difesi sostenendo che nel locale si svolgeva solo attività “ricreativa”, scambio di copie, spogliarelli ed altre attività penalmente irrilevanti, e in particolare non sussisteva nessuna interazione tra clienti e ballerine del locale, né fisica né verbale.
Dagli accertamenti svolti, invece, è risultato che nel locale si svolgevano spettacoli di spogliarello, strusciamenti vari ed anche rapporti sessuali nei privè, e che i gestori del locale trattenevano parte del guadagno delle ballerine, ed organizzavano le loro attività.


La Corte di Cassazione ha, quindi, ribadito quanto già sentenziato dalla Corte di Appello, cioè che “nella nozione di prostituzione debba farsi rientrare qualsivoglia attività sessuale posta in essere dietro corrispettivo di denaro, anche se priva del contatto fisico tra prostituta e cliente, i quali possono trovarsi addirittura in luogo diverso. Unica condizione è la possibilità, per il secondo, di interagire sulle attività compiute dalla prima”.
Tale orientamento è ormai costante nella giurisprudenza della Corte, seconda la quale “le prestazioni sessuali eseguite in videoconferenza in modo da consentire al fruitore delle stesse di interagire in via diretta ed immediata con chi esegue la prestazione, con la possibilità di richiedere il compimento di atti sessuali determinati, assume il valore di atto di prostituzione e configura il reato di sfruttamento della prostituzione a carico di coloro che abbiano reclutato gli esecutori delle prestazioni o ne abbiano consentito lo svolgimento creando i necessari collegamenti via internet o ne abbiano tratto guadagno, atteso che è irrilevante il fatto che chi si prostituisce ed il fruitore della prestazione si trovino in luoghi diversi in quanto il collegamento in videoconferenza consente all’utente di interagire con chi si prostituisce in modo tale da poter richiedere a questi il compimento di atti sessuali determinati che vengono immediatamente percepiti da chi ordina la prestazione sessuale a pagamento”, come già ribadito dalla sezione terza della Cassazione, con sentenza n. 25464 del 2004.
La Corte conferma ulteriormente che “integra il delitto di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione la condotta diretta a favorire e sfruttare prestazioni che oggettivamente siano tali da stimolare l’istinto sessuale (fattispecie relativa alla gestione di un club dove ballerine svolgevano attività di ‘ lap dance’ consistente nel ballare denudate davanti a clienti che potevano in luogo appartato accarezzarle su fianchi, braccia e gambe in cambio di denaro)”, come già asserito dalla sezione terza della Cassazione con sentenza n. 13039 del 2003.

Per cui, conclude la Corte, anche volendo ritenere vera la tesi difensiva in base alla quale nei privè non venivano consumati rapporti sessuali, “non per questo verrebbe meno l’attività di prostituzione, dal momento che ‘la ragazza si spogliava e si strusciava assecondando le richieste del cliente (che avesse pagato)’, e i gestori incameravano parte dei proventi del ‘meretricio”.
Anche l’addetto alla sicurezza è stato condannato in quanto l’attività svolta da lui è stata ritenuta costituisse “un consapevole contributo al regolare svolgimento dell’attività di prostituzione”, e “siffatto apporto causale è sufficiente per la configurabilità del concorso, non essendo ovviamente
necessario che esso si concretizzi in una attività “diretta” di favoreggiamento e di sfruttamentodella prostituzione”.

In sintesi, la Cassazione ribadisce il suo costante orientamento in materia, che condanna il favoreggiamento o lo sfruttamento di una prestazione sessuale anche se svolta a distanza, quindi senza nessun contatto fisico, eventualmente anche a mezzo di videoconferenza o connessioni internet. La Cassazione, infatti, con sentenza n. 346 del 2006 aveva precisato che l’elemento caratterizzante l’atto di prostituzione “non è necessariamente costituito dal contatto fisico tra i soggetti della prestazione , bensì dal fatto che un qualsiasi atto sessuale venga compiuto dietro pagamento di un corrispettivo e risulti finalizzato, in via diretta e immediata, a soddisfare la libidine di colui che ha chiesto o che è destinatario della prestazione”, per cui è del tutto irrilevante ai fini della qualificazione del fatto di reato che chi si prostituisce e il fruitore della prestazione si trovino in luoghi diversi, perché collegati tramite Internet in videoconferenza. Secondo la Corte “l’aspetto che prima di ogni altro lede la dignità della prostituta è quello per cui ella mette il proprio corpo alla mercé del cliente, disponendone secondo la volontà dello stesso. Alla stregua di tali criteri, non può revocarsi in dubbio che l'attività di chi si prostituisce può consistere anche nel compimento di atti sessuali di qualsiasi natura eseguiti su se stesso in presenza di chi, pagando un compenso, ha chiesto una determinata prestazione al fine di soddisfare la propria libidine, senza che avvenga alcun contatto fisico tra le parti”.
L’interazione, per colui che offre denaro in cambio di prestazioni sessuali, è data infatti dalla possibilità di chiedere atti sessuali determinati avanzando in tempo reale richieste precise e dettagliate, ed è tale elemento che distingue la prostituzione dalla mera esibizione del proprio corpo in riviste o film a contenuto pornografico, nella quale non si riscontra interazione.

In base alla legislazione vigente la prostituzione in quanto tale non è penalmente sanzionata, ma qualsiasi attività che tende a favorire o addirittura a sfruttare la prestazione della prostituta, anche se questa è svolta tramite internet, è punibile ai sensi di legge. Oggetto delle fattispecie criminali contenute nell’attuale ordinamento è la moralità pubblica e il buon costume, ma anche l’intento di impedire che le persone dedite alla prostituzione siano sfruttate, strumentalizzate, e comunque indotte alla loro umiliante attività, tutelandone libertà e dignità.
Il reato di favoreggiamento, in particolare, è ravvisabile in qualsiasi condotta che effettivamente agevoli la prostituzione, non richiedendo nemmeno un’attività continuativa, poiché il legislatore ha inteso punire il favoreggiamento in qualsiasi modo attuato, indipendentemente da un rapporto di gerarchia, di supremazia od organizzativo tra agente e vittima, anche eventualmente in presenza di un rapporto di convivenza tra prostitute, anche se la giurisprudenza tende ad escludere il reato in caso di favoreggiamento “reciproco”. In sostanza si deve distinguere tra aiuto alla persona e aiuto alla prostituzione, per cui la condotta materiale del presunto favoreggiatore si deve concretare realmente nell’aiuto all’esercizio del meretricio. Pertanto l’affitto di un locale alla prostituta, pur sapendo che ella vi eserciterà il meretricio, non costituisce favoreggiamento bensì è un mero contratto volto alle esigenze abitative della persona. Non sussiste, inoltre, il reato in questione, quando il contributo agevolatore dato alla prostituta rientri esclusivamente nell'attività di impresa che il terzo svolge.
Il reato di sfruttamento, invece, si ha se si trae in qualche modo un profitto dall’attività di prostituzione altrui, e in tale ottica in passato sono state condannate persone che affittavano pagine web a ragazze che si prostituivano, oltre ad organizzare la loro attività.