Wifi liberoQuando sembrava che si fosse finalmente trovato un accordo bipartisan per abrogare il decreto Pisanu, norma antiterrorismo introdotta nel 2005, al tempo degli attentati di Londra, con l’intesa che rimanesse in vigore solo temporaneamente ma che è stata prorogata più e più volte, la situazione si è improvvisamente ingarbugliata. Recenti dichiarazioni del ministro dell’Interno hanno fatto intendere che forse non è tanto scontata l’intenzione, da parte del governo, di abrogare detta norma, avendo il componente del governo menzionato importanti risultati in termini di lotta al terrorismo e di contrasto a reati online. Poiché appariva, al contrario, una certa scarsità di dati in merito all’utilità effettiva del decreto Pisanu in caso di indagini per terrorismo, l’associazione Agorà Digitale ha elaborato una interpellanza per conoscere appunto i dettagli sulle indagini realizzate grazie al decreto suddetto.
In particolare con l’interpellanza si è voluto ricordare la convergenza delle forze politiche sulla necessità di abolire o modificare il decreto, con presentazione di varie proposte di legge nel tempo, e che comunque una utilità del decreto ai fini delle indagini non può prescindere da una valutazione corretta ed approfondita sull’impatto che tale normativa ha sulla diffusione delle connessioni wifi nel nostro paese (gli hot spot in Italia sono circa un quinto rispetto a quelli di altri paesi europei), e sulla necessità di bilanciare le esigenze delle indagini con la compressione dei diritti costituzionali, in particolare il diritto alla privacy.


Il deputato Beltrandi, che si è occupato di presentare l’interrogazione parlamentare, ha commentato tale iniziativa precisando che “si tratta di un carico burocratico ed economico non richiesto neppure negli Stati Uniti e in Israele, paesi dove la lotta al terrorismo è un'assoluta priorità. Inoltre non esiste notizia di attività investigative in cui tale norma si sia dimostrata utile alla lotta al terrorismo, in netto contrasto con la posizione del Ministero dell'Interno che, rispondendo ad una recente interrogazione ha sottolineato l'importanza del decreto Pisanu per “contrastare il terrorismo sia nazionale che internazionale nonché il grave fenomeno della pedopornografia online”.

In attesa della risposta a tale interrogazione parlamentare, con la quale si chiede la pubblicazione dei dati relativi alla norma antiterrorismo al fine di valutarne il reale impatto sulle operazioni di sicurezza nazionale, il ministro Maroni ha risposto in Parlamento a domande poste dal suo stesso partito.



Se da una parte il ministro ha aperto uno spiraglio alla modifica del decreto Pisanu, in considerazione, ha precisato, del fatto che l’evoluzione tecnologica adesso consente di pensare a soluzioni diverse rispetto alle restrizioni del decreto Pisanu, dall’altro lato ha però ribadito, fornendo anche alcuni dati, l’importanza della normativa in questione ai fini della sicurezza dello Stato, cosicché necessita una soluzione che comunque garantisca il contemperamento tra l’esigenza di sicurezza e quella di liberalizzare il wifi.
Secondo il ministro il decreto Pisanu ha “consentito alla magistratura di sventare anche minacce terroristiche”, la “norma è stata efficace”, “è servita per sventare alcune minacce sul versante del contrasto al terrorismo”, del “contrasto alla criminalità organizzata”, e ha permesso l’ “identificazione di responsabili di crimini informatici, pedofilia, frodi online, cyberstalking, violazione del diritto di autore”, consentendo di perseguire “7000 persone per pedofilia, 15.000 per frodi online”.
Ha, quindi, concluso dichiarando che presenterà una proposta per liberalizzare il wifi con l’intento di garantire nel contempo alla magistratura quelle informazioni che consentono di proseguire le indagini.

Come evidenziato da Guido Scorza la risposta del ministro Maroni fa sorgere numerosi dubbi. Prima di tutto ci si domanda se i dati snocciolati dal ministro siano davvero riferibili al solo decreto Pisanu, o non siano piuttosto da porre in relazione a tutta l’attività investigativa in materia, in quanto ci sembrano un po’ eccessive le cifre puntualizzate, specialmente se teniamo conto che alcuni addetti delle forze dell’ordine tendono a minimizzare decisamente il ruolo avuto in questi anni dal decreto in questione.
Secondo quanto riportato dall’Espresso, infatti, il Viminale avrebbe ammesso di non poter valutare con esattezza l’efficacia del decreto Pisanu nel prevenire gli attacchi terroristici, in quanto, “non ha a disposizione dati statistici al riguardo”. Il generale Fabio Mini, esperto di terrorismo, è molto meno diplomatico, e sostiene che “questa legge non è necessaria. Chi fa terrorismo non si ferma davanti al primo scudo di carattere informatico. Non si può limitare la circolazione sul web solo perché si ha un'inefficienza strutturale. Il sistema, inoltre, spesso si ingolfa, vengono raccolte un sacco di informazioni e nessuno le filtra”. Ed infine il colonnello della Guardia di Finanza Rapetto, che si occupa da decenni di investigazioni informatiche, precisa che “la sicurezza non è fatta di formalità paralizzanti, di registri medievali, di procedure farraginose. Precauzioni e prescrizioni non devono intralciare chi adopera soluzioni hi-tech in ogni occasione quotidiana. Bisogna congegnare disposizioni normative proporzionalmente moderne che non siano inutili armi spuntate”, spiegando nel contempo che “oggi un terrorista non ha bisogno di andare in un cybercafè per scatenare un attacco. Se gli serve una connessione a internet che non lasci traccia, può agganciarsi alle mille Wi-Fi domestiche o d'ufficio lasciate aperte o mal protette che può trovare in qualsiasi ambito urbano”.

Un altro dubbio di rilievo è che il ministro citi reati che non hanno nulla a che fare col terrorismo, sostenendo che i dati ottenuti grazie agli adempimenti previsti dal decreto Pisanu sono stati utilizzati per indagini in materia di frodi fiscali e di proprietà intellettuale. Se consideriamo che il decreto in questione ha norme ai limiti della costituzionalità, in quanto incide pesantemente sui diritti dei cittadini, in particolar modo sulla privacy, con notevoli limitazioni che erano, appunto, giustificate proprio dall’esigenza di combattere il terrorismo, e dalla temporaneità di tale provvedimento, l’uso di tali dati per fini ulteriori e la continua reiterazione del provvedimento medesimo, al punto da farlo divenire definitivo, come il malcostume italiano spesso prevede, potrebbe far sorgere non pochi problemi.

Ci sono delle evidenti contraddizioni che danno da pensare in merito alla reale utilità della normativa in oggetto. Fatto sta che dopo alcuni giorni nei quali pareva ci fosse una decisiva convergenza in atto sull’opportunità di abrogare finalmente il decreto Pisanu, esigenza ravvisata dallo stesso Pisanu, adesso tutto appare molto più difficile.
Molto probabilmente si addiverrà alla ennesima proroga del decreto con alcune modifiche, che probabilmente non muteranno il quadro burocratico. L’art. 7 del decreto Pisanu, infatti, impone a chi vuole navigare su una rete pubblica gratuita deve comunque farsi identificare, cioè fornire un documento per avere delle password temporanee per accedere. Allo stesso modo gli esercenti di servizi pubblici devono ottenere l’autorizzazione dalla Questura e devono schedare i clienti, mantenendo un log della loro navigazione. Se l’esigenza è appunto quella di impedire l’accesso anonimo alle reti pubbliche al fine di consentire indagini da parte della magistratura, proprio questo elemento non può essere abolito, ci sarà una semplificazione ma saranno conservati i dati degli accessi e della navigazione.

Ovviamente è facile immaginare che una norma di questo tipo crea non pochi problemi dal punto di vista burocratico con ricadute in altri settori. Ad esempio il parco del Sempione a Milano è connesso tramite wifi, e consente la navigazione gratuita in rete, purtroppo si deve trovare un punto di distribuzione delle password, dove accreditarsi, e farlo ogni volta che si vuole navigare. È ovvio che ben pochi utilizzino questo ottimo servizio, e quindi i soldi spesi per il portale Italia.it non saranno mai apprezzati dai turisti.

È interessante notare, inoltre, che proprio questo governo, che si è dimostrato fin troppo interessato ai problemi della privacy dei cittadini, al punto di condurre per parecchi mesi una battaglia per una pesantissima limitazione delle intercettazioni come strumento di indagine per i magistrati giustificandola proprio con l’esigenza di tutelare la privacy, adesso si trinceri dietro esigenze di presunta sicurezza per giustificare una norma che non ha corrispondenti analoghi in tutta l’Europa, o forse nel mondo, ed incide pesantemente proprio sulla privacy. Una contraddizione di non poco conto!
Ed allora, mentre in tutto il mondo ci si connette liberamente, da New York a Tel Aviv, da Hanoi a Budapest, da Atene a Pechino, e a Londra il sindaco si impegna a coprire entro il 2012, col wifi gratuito, tutta la rete metropolitana, noi italiani non possiamo fare altro che continuare a comprare le “chiavette” che tanto sono care, in tutti i sensi, ai nostri gestori telefonici, in primis Telecom.
Qualcuno potrebbe anche chiedersi a chi giova mantenere una norma di tale tipo, che non esiste un tutto il mondo, che limita l’accesso alla rete in un epoca dove l’accesso alla rete in molti paesi viene ritenuto un diritto dell’individuo. Forse sarebbe un po’ difficile giustificare il mantenimento di tale norma per esigenze, del tutto privatistiche, di tutela della proprietà intellettuale, come appare dalle parole del ministro, e per questo ci si fa scudo della lotta al terrorismo, anche se poi, forse, non ci sono dati statistici in merito. Certo, se le cose stessero così, ci sarebbe da preoccuparsi perché sarebbe una forma di compressione dei diritti dei cittadini eccessiva e forse anche illegittima, un ulteriore passo per il controllo dei cittadini tramite una schedatura di massa.