ACTA e farmaciUno degli aspetti meno conosciuti di ACTA riguarda il possibile impatto che il trattato anticontraffazione potrebbe avere sul mercato dei farmaci. In genere il dibattito si polarizza sulle possibili conseguenze in rete delle regole a tutela della proprietà intellettuale, ma tale accordo è finalizzato anche alla tutela dei marchi e dei brevetti, la qual cosa ha delle conseguenze di non poco conto sui farmaci.
Secondo i supporters del trattato, ACTA nasce con lo scopo di proteggere la salute dei cittadini impedendo la diffusione di farmaci falsi, e quindi pericolosi, riguardando esclusivamente lo scambio illegale di prodotti attraverso i confini, mentre i critici invece sostengono che potrebbe limitare la circolazione dei farmaci generici.

Per comprendere meglio la problematica dobbiamo tornare al 1994, anno in cui fu negoziato l’accordo TRIPS (Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, Accordo sui diritti di Proprietà Intellettuale relativi al commercio), accordo internazionale promosso dal WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e firmato da Usa, Giappone, Unione Europea ed altri Stati, sostanzialmente gli stessi che poi hanno aderito ad ACTA.

L’accordo TRIPS fissa gli standard per la tutela della proprietà intellettuale, e descrive dettagliatamente un insieme di regole comuni, da recepire in tutti gli Stati aderenti, per la tutela della proprietà intellettuale, i marchi ed i brevetti, incluso regole per ottenere misure provvisorie ed ingiunzioni in caso di violazioni dei diritti dei titolari, fino al sequestro delle merci contraffatte.
L’accordo fu applicato allo stesso modo in tutti i paesi aderenti, ma ai paesi in via di sviluppo, invece, si concesse un termine maggiore per adeguare le loro normative poiché l’applicazione immediata avrebbe potuto nuocergli. I paesi più poveri, infatti, non si possono permettere di acquistare farmaci come gli Stati occidentali, e quindi generalmente si servono della cosiddetta importazione parallela, cioè l’importazione di beni brevettati da un altro paese. In sostanza se un farmaco prodotto negli Usa costa una certa cifra, lo stesso identico farmaco prodotto o venduto in India (ad esempio) ha un costo decisamente inferiore, e quindi acquistarlo dall’India permette un notevole risparmio (fino al 650% in meno) senza però violare i diritti del produttore che è sempre il medesimo, anzi col suo consenso.
È quello che generalmente accade in Africa riguardo i farmaci anti AIDS, ma anche i cittadini americani utilizzano spesso farmaci di importazione parallela provenienti dal Canada.

Ad esempio, quando negli anni ’90 i leader africani si resero conto della devastazione prodotta dall’AIDS, poiché il costo dei farmaci era eccessivo per quei paesi poveri, cercarono delle strade alternative finendo per importare medicine brevettate, ma prodotte o vendute in altre nazioni, spesso l’India. L’importazione parallela è consentita da numerosi trattati internazionali e permessa anche all’interno dell’Unione Europea, ed è consentito anche da TRIPS.
Gli Usa, però, si opposero alla legge che nel 1997 permise tale forma di approvvigionamento di farmaci in Sud Africa, finendo addirittura per inserire quel paese nell’elenco degli Stati passibili di sanzioni commerciali. Oltre 40 società farmaceutiche, inoltre, avviarono cause legali contro il governo sudafricano, ritenendo che stessero violando le norme internazionali, operando discriminazioni contro i brevetti farmaceutici, con l’effetto finale di limitare fortemente l’accesso ai farmaci da parte di quel paese.
In realtà il Sud Africa non comprava farmaci contraffatti, ma medicine regolarmente prodotte da aziende americane, solo che invece di comprarle direttamente dalle aziende Usa a prezzi elevatissimi, li comprava dall’India, dove gli stessi farmaci venivano venduti a prezzi decisamente più bassi.

Orbene nel 2002 gli Usa avviarono i negoziati per un nuovo accordo di libero scambio (Free Trade Area o FTA) con i paesi dell’Africa meridionale, ritenendo insufficienti le protezioni garantite in quelle regioni, in particolare proprio in relazione ai farmaci anti AIDS. Questo nuovo accordo fu denominato TRIPS Plus, e sostanzialmente prevedeva una serie di negoziati, generalmente segreti almeno nella fase iniziale, con standard di tutela maggiori rispetto al TRIPS. ACTA è un TRIPS Plus!
In questa prospettiva dobbiamo sempre tenere presente che gli accordi commerciali sono negoziati non dai ministri della salute, bensì dai ministri del commercio, spesso soggetti a lobbying da parte delle industrie il cui interesse è l’accesso, se possibile in esclusiva, ai mercati esteri. ACTA, infatti, crea un livello di governance superiore rispetto ad un regime della proprietà intellettuale di notevole complessità, un Comitato che funge da governo senza alcuna forma di rappresentanza nelle materie della proprietà intellettuale, dei marchi e dei brevetti, mobilitando il settore pubblico nel far rispettare i diritti dei privati.

Allo stato attuale, nonostante lo stralcio delle disposizioni più controverse a seguito delle fortissime critiche, ACTA consente il sequestro delle merci in transito attraverso le frontiere sulla base delle sole denunce delle presunte parti lese. Per capire il pericolo insito possiamo ritornare al 2008-2009 quando la dogana olandese, affermando di seguire le norme comunitarie, sequestrò farmaci generici perché la loro etichettatura era simile a farmaci di marca, e quindi confondibili.
Con ACTA le autorità di frontiera potranno procedere al sequestro sulla base della sola denuncia dei titolari del marchio o del brevetto, senza alcun intervento di un giudice terzo, e le norme prevedono anche il diritto di ottenere la distruzione delle merci sequestrate senza alcun indennizzo.

È ovvio che i farmaci generici hanno spesso etichettature simili a quelli di riferimento per creare fiducia nei consumatori, per cui abbassando la soglia probatoria in base alla quale i farmaci sono soggetti ad ingiunzione, c’è il concreto rischio di abusi in relazione alla loro circolazione, fino all’eliminazione di marchi simili ad altri più conosciuti.
Inoltre, in caso di procedure di risarcimento, sulla base del trattato i danni vengono calcolati non in relazione al danno effettivo ma a quello presunto. Se pensiamo che i farmaci anti AIDS hanno prezzi elevatissimi, mentre quelli di importazione parallela hanno prezzi molti più bassi, anche solo impostare il calcolo del danno sulla base del prezzo imposto dal produttore (invece che su quello dell’importazione parallela) diventa davvero esorbitante per paesi poveri.
Se è vero che il rischio della salute pubblica esiste in relazione ai farmaci contraffatti, in quanto non possono contenere la quantità corretta di principio attivo e quindi sono potenzialmente dannosi per la salute, è altrettanto vero che tali attività sono veri e propri reati, proprio perché mettono a repentaglio la salute pubblica. Non si tratta, invece, di violazioni della proprietà intellettuale, come li tratta invece ACTA. Sarebbe molto meglio, quindi, concentrarsi sulla lotta contro i prodotti pericolosi, considerando come contraffazione solo le imitazioni fraudolente, invece di coinvolgere problematiche relative alla proprietà intellettuale o alla confusione dei marchi, che rischiano di innescare ambiguità e di determinare abusi.

In realtà ci si fa scudo del problema della rischiosità dei farmaci contraffatti, per poi realizzare una frammentazione del mercato dei medicinali, e ridurre la disponibilità di farmaci a prezzi accessibili.
E teniamo presente che gli Usa, nella diatriba con i paesi africani, in effetti non tutelavano nemmeno gli interessi economici delle aziende, in quanto quel paese povero non era comunque in grado di pagare il prezzo pieno del farmaco che quindi non avrebbero acquistato, ma tutelavano l’idea che la proprietà (intellettuale) è sacra. In base a questa idea si impediva l’accesso a farmaci essenziali.  
Anche il riferimento alla necessità di tutelare la salute dei cittadini in realtà sembra più che altro un pretesto, visto che, come rilevato dal dipartimento della salute americano, gran parte dei medicinali sottoposti alla FDA sono in realtà sperimentati fuori dai confini americani, in special modo nei paesi in via di sviluppo, su popolazioni povere e analfabete, con leggi particolarmente permissive in materia, e quindi nessuno o poco rischio nel caso qualcosa vada male.

Quello che generalmente non viene detto è che ACTA non rispetta i provvedimenti del Parlamento europeo, che nella risoluzione del 2007 su TRIPS ha sostanzialmente escluso (punto 16) la possibilità per la Commissione di negoziare accordi TRIPS Plus con i paesi in via di sviluppo in materia di farmaci. Nella risoluzione del 2010 (punto 13), occupandosi specificamente di ACTA, il Parlamento stabilì che le misure volte a rafforzare i poteri per la cooperazione transfrontaliera non devono condizionare l’accesso globale a farmaci legittimi, convenienti e sicuri, compresi i prodotti generici, con il pretesto della lotta alla contraffazione.
In questa prospettiva, anche se alcuni paesi in via di sviluppo non sono stati invitati (volutamente?) alle negoziazioni, ACTA comunque incoraggia il rafforzamento dei controlli alle frontiere indipendentemente dal paese finale di destinazione, con evidente violazione sostanziale delle indicazioni del Parlamento Europeo.