Nel giugno del 2019 finalmente l’annuncio tanto atteso: Apple si unisce ai contributori del Data Transfer Project. In effetti è stato ovvio fin dal lancio del progetto, un anno prima, che l’assenza della casa di Cupertino avrebbe pesato non poco. E avrebbe posto una seria ipoteca all’utilizzo del software del DTP, che pure conta tra i suoi contributori aziende del calibro di Google, Microsoft, Facebook e Twitter. Ma di cosa si tratta esattamente?

Facciamo un passo indietro. Siamo nel luglio del 2018 quando Facebook, Google, Microsoft e Twitter annunciano la nascita del Data Transfer Project (DTP), un’iniziativa per la realizzazione di una piattaforma comune per la portabilità dei dati da servizio a servizio. La piattaforma è completamente open source. Il framework DTP utilizza le API (i protocolli di interfacciamento tra servizi) e i meccanismi di autorizzazione per accedere ai dati delle aziende e convertirli in un formato comune. Il codice è aperto, e le quattro multinazionali sperano che altre aziende possano adottare la nuove tecnologia contribuendo alla realizzazione di un web sempre più interconnesso e comunicante.

La portabilità dei dati, infatti, è un concetto emerso tra le pieghe del nuovo regolamento europeo approvato appena un anno prima, nel maggio del 2016. Contro il quale le grandi aziende del web hanno fatto lobbying per depotenziarlo, ritenendolo lesivo per i loro business in parte fondati sulla raccolta e gestione dei dati degli utenti (ad esempio per la pubblicità). In realtà la portabilità dei dati non crea un obbligo di adottare sistemi tecnicamente compatibili con quelli di altre organizzazioni, ma è ovvio che il DTP è il sistema più semplice per conformarsi alla norma.

Il DTP nasce, quindi, nel 2017, viene lanciato nel 2018, nell’interregno tra l’approvazione e l’attuazione del GDPR. Nasce nell’ambito di Google Takeout, un servizio creato nel 2011 che consente agli utenti di scaricare i propri dati (ad esempio le mail) e trasferirli ad un altro fornitore di servizi online. Basta accedere all’apposita pagina per selezionare i servizi di Google per i quali si intende scaricare i dati, attendere il tempo necessario e scaricare l’intero archivio. L'esperienza di Google Takeout ha mostrato che alimenta la fiducia degli utenti. Il medesimo team che si è occupato di Google Takeout, cioè il Data Liberation Front di Google, si è occupato anche di lanciare il DTP.

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Video:The Data Liberation Front Announces Google Takeout

Il DTP dovrebbe risolvere un problema comune. Nonostante il fatto che già varie aziende consentono di scaricare i propri dati agli utenti, tali dati sono sostanzialmente inservibili perché in formati non riconosciuti da altre aziende. Il DTP si occupa, quindi, non solo di creare dei protocolli comuni per il download dei dati, ma anche dei protocolli di conversione dei dati, in modo che possano poi essere caricati nel servizio di un’azienda concorrente. La realizzazione di uno standard di settore per la portabilità dei dati potrebbe essere un forte incentivo alla concorrenza tra le aziende, perché finirebbe per venire meno il cosiddetto effetto lock-in (immobilizzo), cioè quando un utente, nonostante non sia soddisfatto dal servizio, ci rimane perché finirebbe per perdere tutti i dati inseriti in esso.

Attualmente il progetto ha 18 contributori, cioè aziende tra le quali alla fine sarà possibile la portabilità dei dati degli utenti.

Detto così sembrerebbe una cosa positiva. Ma ci sono vari aspetti da considerare prima di un giudizio definitivo. Come dicevamo sopra, il progetto è stato concepito nell’interregno del GDPR, normativa europea alla quale le grandi aziende del web si sono opposte. In tale ottica il progetto sembrerebbe un modo per evitare delle regolamentazioni più stringenti, affidandosi ad accordi volontari tra aziende. Soprattutto l’impressione è che si voglia scansare il rischio di una regolamentazione antitrust. Non dimentichiamo che il problema principale di tali aziende è la loro posizione semimonopolista all’interno del mercato di riferimento. La stessa “grandezza” delle aziende le pone in posizione di assoluta disparità rispetto a qualsiasi startup. Una reale concorrenza sembra possibile solo tra loro, le grandi aziende del web, e in tal senso un accordo volontario appare una sorta di “cartello”.
Le aziende, invece, potranno sventolare il DTP a riprova che non occorre una regolamentazione diretta contro di loro.

Altrimenti la presenza di Facebook nel gruppo non si spiega, considerando che l’azienda di Zuckerberg ha portato in tribunale un’altra azienda (Facebook vs Power Ventures) stabilendo un precedente legale contro tali pratiche. La stessa presenza di Apple è difficile da spiegare, considerando che Apple è l’azienda che più di altri ha realizzato un walled garden all’interno del quale gestisce da assoluto monopolista i dati dei propri utenti, senza concedere nulla a terze aziende. Cosa che erroneamente viene scambiata (e anche venduta) come “privacy”.

La portabilità dei dati è, infatti, un diritto “vuoto” se non esiste una regolamentazione antitrust adeguata, se non esiste una reale ed effettiva concorrenza. Se non ci sono concorrenti, infatti, che senso ha che io prendo i miei dati da un servizio? Per portarli dove?

Quando cominceremo davvero a parlare di soluzioni allo strapotere dei Big Tech, dovremo cominciare a parlare di interoperabilità dei servizi.